Polisse - la recensione del film di Maïwenn Le Besco

13 maggio 2011
3.5 di 5
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Un film che, se da un lato non nasconde l'intenzione di mostrare gli orrori legati ad abusi sessuali e non compiuti sui bambini, dall'altro vuole in maniera ancora più esplicita raccontare delle ripercussioni emotive e psicologiche di un lavoro tanto duro in coloro i quali lo portano avanti con passione

Polisse -  la recensione del film di Maïwenn Le Besco

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Polisse - la recensione del film di Maïwenn Le Besco


Nella polizia francese esistono unità speciali, chiamate BPM (Brigade de Protection des Mineurs, brigate per la protezione dei minori).
Maïwenn Le Besco (attrice, regista e sceneggiatrice francese) è rimasta tanto colpita dalla visione di un documentario televisivo sul lavoro di questi poliziotti da decidere di costruirvi sopra un film.
Così nasce Polisse, storpiatura infantile della parola "police", film di finzione girato con stile documentaristico e basato su casi di cui la stessa regista ha avuto esperienza diretta nei mesi che ha passato affiancata agli agenti della BPM.

Un film che, se da un lato non nasconde l'intenzione di mostrare gli orrori legati ad abusi sessuali e non compiuti ai danni dei bambini, o di un mondo che ha lentamente spinto gli adolescenti più giovani verso la perdita di un concetto puro (ma non bacchettone) di morale, dall'altro vuole in maniera ancora più esplicita raccontare delle ripercussioni emotive e psicologiche di un lavoro tanto duro in coloro i quali lo portano avanti con passione e positivo idealismo.

Proprio in questa sorta di doppia natura si vanno ad annidare i pregi maggiori come i difetti peggiori di Polisse: perché la voglia di documentare da un lato e quella di romanzare dall'altro sono spesso poco armonizzate. Dal punto di vista registico, Maïwenn sembra essere andata a scuola dal Cantet de La classe o dal Kechiche di Cous Cous: seppur non ai livelli dei due colleghi, la regista raggiunge ottimi livelli nel restituire l'impressione di un realismo nel quale la vita (dei protagonisti) emerge in tutta la sua casuale caoticità. E un plauso, in questo senso, va anche al cast di attori messo assieme per il film.

Quest'illusione di realtà serve a rendere più efficaci dal punto di vista emotivo gli orrori e i drammi che il film racconta, e se tutto Polisse fosse stato coerente con questa apprezzabile cifra stilistica, sarebbe risultato un film del tutto notevole. Ma Maïwenn - e il fatto che una regista si firmi col solo nome di battesimo lo lasciava tristemente presagire - è troppo narcisa per lasciare che questa vita di racconti da sola, e inquina la potenziale purezza del film con la sua presenza. Non intendiamo (solo?) la presenza fisica - nel film si ritaglia infatti il ruolo di una fotografa aggregata all'unità della BPM che opera a Belleville e che è il centro della narrazione, regalandosi anche una storia d'amore col duro dal cuore tenero del gruppo - ma soprattutto la voglia di sceneggiare troppo le vite dei suoi protagonisti e di inserire inserti (anche visivamente) troppo esplicitamente di finzione.
Così facendo, purtroppo, la regista annacqua il grande potenziale del suo film e, soprattutto, offre un fianco fin troppo scoperto alle critiche di coloro i quali hanno visto in certi momenti crudamente espliciti del suo film un intento spettacolare e manipolarorio. Che non crediamo, in partenza, fosse reale.

Resta, comunque, dalla visione di Polisse, l'impatto forte di scene, personaggi e tristi vicende. Anche grazie ad un altro mix del film: quello del dramma che sottende al tutto e dell'umorismo, figlio della disperazione dei protagonisti, che funge da valvola di sfogo per loro e per noi.


Polisse
Il trailer italiano del film


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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