Polaroid Recensione

Titolo originale: Polaroid

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Polaroid: la recensione del film horror con una macchina fotografica assassina

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Polaroid: la recensione del film horror con una macchina fotografica assassina

La cosa che mi è piaciuta di più in assoluto di Polaroid non è Priscilla Quintana, giovane attrice che pare nata dall'incrocio di Megan Fox con Jessica Biel. E non sono nemmeno stati i cammei del Mitch Pileggi di X-Files o della Grace Zabriskie di Twin Peaks.
Da quando si vede campeggiare sull'insegna della scuola frequentata dai giovani protagonisti, subito dopo il prologo che serve a introdurre nel racconto la macchina fotografica "posseduta" che è al centro delle vicende e del titolo del film, tutto il mio interesse e il mio coinvolgimento è andato al nome della località immaginaria dove tutto avviene: Locust Harbor.
Non so perché, ma mi ha fatto molto ridere, e l'ho trovato irresistibile.
A parte questo, c'è ben poco che distingua il film del norvegese Lars Klevberg da tanti altri horror più o meno estivi e tutti basati sul medesimo assunto.
Anche a Locust Harbor, infatti, ci sono dei liceali più o meno amici tra di loro che si trovano a dover affrontare una minaccia oscura e terrificante, a cercare di salvare le loro vite facendo squadra, e mettendo assieme i (pochi) pezzi del (facile) puzzle che si trovano di fronte.

Altrove sono state tavolette per le sedute spiritiche, in altri film ancora l'Internet itself, o le citate creepypasta; prima ancora telefoni cellulari e videocassette. Questa volta l'origine del Male sta in una macchina fotografica; per la precisione, in una Polaroid Sx 70, quella pieghevole degli anni Settanta disegnata da Henry Dreyfuss, e diventata di culto presso gli appassionati di fotografia e gli hipster.
E qui, forse, sta l'elemento davvero particolare del film di Klevberg, che ha allungato il brodo di un suo corto omonimo di qualche anno fa senza preoccuparsi più di tanto di non farlo risultare troppo acquoso.
L'elemento particolare - e forse inconsapevole - non è che si parli di fotografia in sé, e che in Polaroid ci siano blandi abbozzi di riflessione di cosa possa significare fare foto nell'era dei selfie e del revenge porn, o sul fatto che scattare una foto non è mai un gesto davvero neutrale ed oggettivo, tanto che pure la protagonista Kathryn Prescott, colei che le foto assassine le ha scattate, finirà col diventare vittima delle attenzioni del male lei stessa.
Invece, sta nel fatto che - a dispetto di alcune tendenze più recenti dell'horror e del thriller, che mettono al centro delle loro riflessioni la Rete e le tecnologie digitali - in questo film il veicolo del male è un oggetto sì affascinante, ma vecchio, e obsoleto. Come una Sx 70.

Se a questo aggiungiamo il fatto che buona parte delle ambientazioni di Polaroid sono quelle di vecchie case piene di scricchiolii, che la protagonista lavora part time in un negozio di antiquariato, che per andare all'origine del male si dovranno scartabellare vecchi quotidiani cartacei, e che al suo film Klevberg dona un look buio, polveroso e tendente all'ocra, per nulla simile a quello dei filtri più vintage di Instagram, si potrebbe quasi dire che Polaroid è un film che racconta della paura (e insieme, forse, di una qualche fascinazione) delle generazioni più giovani per un passato pre-digitale in fondo vicino ma lontanissimo nella pratica della vita quotidiana.
Ma forse queste sono solo elucubrazioni sterili, fatte durante la visione del film per riempire i vuoti di paura e tensione lasciati dal regista.

Polaroid
Nuovo Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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