Point Break, la recensione del remake del film con Keanu Reeves e Patrick Swayze

26 gennaio 2016
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Le avventure di Johnny Utah e Bodhi aggiornate ai tempi degli X Games e delle bevande energetiche.

Point Break, la recensione del remake del film con Keanu Reeves e Patrick Swayze

Se ci pensate bene, la sfida più grande del Point Break del Duemila non era il confronto a distanza con l'ingombrante originale. Nessuno, o quasi, si aspettava infatti che il film di Ericson Core potesse reggere il confronto cinematografico col cult di Kathryn Bigelow interpretato da Keanu Reeves e Patrick Swayze.
No. Anche considerate le premesse di questo remake - che fin da una fase embrionale è stato raccontato come un film che non avrebbe raccontato solo il surf, ma la galassia completa degli sport estremi – la vera sfida era quella di reggere il confronto con una realtà fatta di internet, X Games, video realizzati con la GoPro e sponsorizzati dalla Red Bull. La sfida con un'immaginario visivo che non è più solo cinema, che è post-cinematografico.

I primi minuti del film di Ericson Core fanno covare la speranza di trovarsi di fronte a un opera perlomeno divertente, grazie a un riuscito incipit di stampo motocrossistico patinato al punto giusto e capace di presentare il nuovo Utah non più come un quarterback infortunato che si è dato alla legge, ma come un “poli-atleta estremo” che entra nel Bureau dopo la morte accidentale di uno dei suoi compagni di sventura. E tutto procede senza grandi intoppi fino all'incontro tra Johnny e Bodhi, al largo della costa di Biarritz, dove surfisti fuori di testa si sono dati appuntamento per cavalcare onde estreme generate da una depressione atlantica.

Anche in questo caso, la scena acquatica è abbastanza riuscita, come lo sono le successive sullo snowboard, con i wingsuit, sulle moto o col freeclimbing più estremo. D'altronde, Core si è avvalso della collaborazione di numerosi specialisti dei vari settori, e si vede. E poco male anche che Luke Bracey e Edgar Ramirez (i nuovi protagonisti) abbiano meno di un'unghia del carisma di quelli originali, mentre il personaggio che fu di Lori Petti diventa, affidato a Teresa Palmer, quella di una tatuatissima fricchettona di nome Samsara, tanto carina quanto evanescente.
Però, quando i due s'incontrano, ecco che le esigenze del cinema e della storia iniziano a reclamare il loro spazio. E cominciano i problemi.

Pur vagamente infarcito di filosofia ecologista e zen comunque annacquate dalle esigenze hollywoodiane, il film della Bigelow era al tempo stesso più “spirituale” e più concreto di questo nuovo Point Break, che invece fa dei suoi protagonisti personaggi ibridi tra l'atleta estremo puro e l'eco-guerrigliero, ossessionati non dall'idea di poter vivere la loro endless summer come gesto di rottura contro le istituzioni borghesi, ma di unire le imprese impossibili con gesti eclatanti di “restituzione alla Terra”.
Insomma: fa un gran casino e mescola piani diversi senza mai dare motivazioni coerenti e concrete in grado di incollare fra loro alla meno peggio le scene spettacolari.

Ovvio: in un film come Point Break (quello nuovo) la sceneggiatura doveva essere un pretesto, ma Kurt Wimmer, invece che andare sul sicuro e sul minimalista, tira in ballo questioni moral-filosofiche che si sciolgono come neve al sole di dialoghi rabberciati, di intrecci un po' balordi, di confusioni narrative che finiscono col deprimere gli aspetti eco-zen invece che esaltarli. Fanno sorridere anche le due o tre citazioni esplicite dell'originale della Bigelow: se già Keanu Reeves che sparava per aria in preda all'ossessione omoerotica non era memorabile, Luke Bracey che lo rifà è un po' triste.

Nel film di Ericson Core non c'è humor, ma la voglia di prendersi sul serio, del delirio machista della sfida. Non c'è l' “essere come l'acqua”, ma c'è il farsi rigido e pesante come la roccia arrampicata in una delle sequenze finali (e più spettacolari), quella sulla parete di Salto Angel, in Venezuela. E così, senza quello spirito un po' cazzone, un po' sciamannato, un po' finto buddista, si finisce col perdere anche la sfida più importante. Quella contro YouTube.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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