Pigen med nalen: recensione del film di Magnus von Horn in concorso al Festival di Cannes 2024

16 maggio 2024
2.5 di 5

Fiaba nera, mélo venato di gotico orrorifico, quello del regista svedese, ambientato in Danimarca a inizio Novecento, è un film di forma (troppo di forma), più che di contenuto. Fortuna c'è Trine Dyrholm. La recensione di Pigen Med Nalen di Federico Gironi.

Pigen med nalen: recensione del film di Magnus von Horn in concorso al Festival di Cannes 2024

Non ci vuole molto a capire che Pigen Med Nalen è una fiaba. Una fiaba nera, nerissima. Per adulti, dice il regista Magnus Von Horn, svedese cresciuto in Polonia, che questo film lo gira in Danimarca. Protagonista di questa storia, un mélo avvelenato da un gotico borderline con l’horror, una giovane donna di nome Karoline, che lavora in una fabbrica tessile e crede che il marito sia morto nella Grande Guerra, che s’innamora ricambiata del giovane padrone della fabbrica, vede il marito tornare col volto orrendamente sfigurato e coperto da una maschera, viene allontanata dal suo sogno d’amore dalla cattivissima baronessa madre del suo pavido amante, di cui era incinta, e il cui bambino consegnerà a Dagmar, una donna misteriosa e apparentemente generosa che si occupa da dare in adozione i figli non voluti della povera gente. O così dice.

Basato su una storia realmente accaduta (non quella di Karoline, ma quella di Dagmar), Pigen Men Nalen mette subito in chiaro altre due cose, oltre alla sua natura di fiaba gotica.
La prima è che grazie a una serie di affascinanti giochi ottici iniziali, dapprima misteriosi e che poi capiremo avere una relazione con il volto e la maschera di Peter, marito di Karoline, Von Horn mette l’accento sulla deformità fisica e sulla deformazione della realtà. Karoline, infatti, è una ragazza che vede nel mondo ciò che sogna, e negli altri solo ciò che costoro vogliono far vedere a lei. E se suo marito è un freak - tanto da finire in un circo - ma un uomo chiaramente buonissimo e generoso, sotto la maschera della bontà di Dagmar si nasconde una deformità morale ancor più spaventosa.
La seconda è che, nel suo studiatissimo bianco e nero, nella composizione dell’inquadratura all’interno degli abusati 4:3, nei richiami espliciti all’espressionismo tedesco da un lato, e all’estetica A24 di un The Lighthouse dall’altro, Pigen Med Nalen è un film di forma, prima che di contenuto.

Dapprima quasi realista, poi col procedere della storia sempre più oscuro e perfino allucinato (si parla anche di consumo di morfina e etere, non casualmente), Pigen Med Nalen fa emergere del tutto la sua anima dall’ombra quando, dopo aver lasciato a lei il suo bambino, Karoline torna da Dagmar, diventando una sorta di balia che allatta i neonati che transitano periodicamente in quella casa. Tra le due donne si forma un forte legame, e anche con la misteriosa Erena, biondissima bambina che chiama Dagmar “mamma”.
Col progressivo emergere dei segreti di Dagmar, e nel vedere svelata progressivamente la donna nella quale cercava di rispecchiarsi e trasformarsi, Karoline dovrà fare i conti con le sue colpe e con la sua morale.

Il fatto, però, è che Von Horn insiste troppo. Sull’accumulo, il gotico, il melodramma. Insiste troppo a curare - col DOP Michał Dymek - la superficie formale, al punto da arrivare troppo spesso nei pressi di un estetismo fine a sé stesso, e un po’ stucchevole. Così facendo, la sua storia finisce con l’essere fredda, e spietata. Priva della forza delle passioni e dei sentimenti umani che la attraversano. E, in fin dei conti, Pigen Men Nalen si accende davvero quando recita quella forza della natura che è Trine Dyrholm, straordinaria attrice che qui regala spessore, anima, carattere e mistero alla figura di Dagmar.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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