Per un figlio - la recensione dell'opera prima di un regista italo-srilankese

26 marzo 2017
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Uno sguardo inedito e maturo sul rapporto madre-figlio tra una donna singalese e il figlio adolescente nel Nord Italia.

Per un figlio - la recensione dell'opera prima di un regista italo-srilankese

Cosa non farebbe una madre per un figlio, specie quando all'amore materno si unisce il senso di colpa per esser stata costretta ad abbandonarlo quando lui aveva più bisogno di lei? È questo il dolore e il cruccio principale di Sunita, una donna dello Sri Lanka che vive e lavora come badante in un paese del Nordest, col figlio adolescente. Un figlio che non le parla, ignora i sacrifici che è costretta a fare ed esce con ragazzi del posto, ingannando la noia con qualche bravata mentre lei fatica e dorme su una sedia per lasciargli il letto, la umilia di fronte agli amici e la abbraccia soltanto quando lei è immersa nel sonno, inconsapevole. In Per un figlio, opera prima di Suranga D. Katugampala, c'è uno spaccato d'Italia con cui siamo quotidianamente in contatto ma che preferiamo ignorare, quello delle molte donne straniere di cui ci serviamo perché si prendano cura dei nostri cari, della cui vita ci disinteressiamo spesso al pare di quella, purtroppo, di chi è affidato loro.

È questo ad esempio il caso della storia raccontata nel film, dove il figlio della donna inferma ed anziana di cui  Sunita è la badante, ha con lei solo contatti telefonici e porta la spesa a casa senza farsi vedere dalla mamma, di cui sembra delegarle interamente la cura fisica e morale. Sunita vive isolata, con pochi contatti all'esterno, ancora legata alla lingua e alle usanze del suo paese, tanto che per superare la ribellione del figlio le viene naturale ricorrere all'aiuto di uno stregone. Per un figlio è dunque essenzialmente una storia di solitudini e abbandoni, di persone costrette a sacrificare i propri affetti e gli anni migliori e di altre che in vecchiaia vengono dimenticate dai figli. La visione di questa bella opera prima, realizzata con uno sguardo così realistico da darci a tratti l'impressione di un documentario, ci apre uno spiraglio sulla quotidianità dell'immigrazione, di quella provvista di permesso di soggiorno ma non di visibilità.

Ci appare a tratti come un'eroina Sunita, costretta ad arrancare su per stradine ripide e sassose spingendo la carrozzina della sua anziana, mentre invece è soltanto un essere umano sfinito, al limite della sopportazione e della rabbia che potrebbe causare una tragedia nel gesto di stizza di un momento.È soltanto con questa vecchia lamentosa ma lucida, però, sola come lei, che riesce a confidarsi e non sappiamo chi tra le due stia peggio: se la donna che confessa di non aver potuto allattare il figlio perché è dovuta emigrare o quella che dice di averne allattati cinque, nessuno dei quali presente nel momento del suo declino. Dal film di Suranga viene fuori il ritratto di un'Italia magari non razzista ma distratta, quella della provincia dove ognuno vive nel chiuso della sua abitazione e finché non disturba i vicini è tollerato, dove gli immigrati vivono porta a porta coi vecchi e magari con una matura prostituta.

La macchina da presa segue le fatiche di Sunita e i suoi continui andirivieni in motorino tra la casa dove lavora e il piccolo e buio appartamento in cui abita col figlio, ci mostra i loro pasti nella minuscola cucina, i silenzi e i gesti quotidiani, senza sovraccaricarli di significati ma lasciandoli parlare al cuore e alla mente di chi guarda. Una buona prova di maturità in un autore che lascia ben sperare per il futuro e che sa dirigere con uguale bravura una professionista esperta come Kaushalya Fernando, un debuttante come Julian Wijesekara e una straordinaria dilettante come la signora di cui non conosciamo il nome, capace di rubare la scena nel ruolo della vecchia invalida.

Per un figlio
Il trailer del film - HD


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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