Per mio figlio: la recensione del thriller drammatico con Emmanuelle Devos e Nathalie Baye

15 novembre 2016
2.5 di 5
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La morbosa ricerca di vendetta di una donna fra Francia e Svizzera.

Per mio figlio: la recensione del thriller drammatico con Emmanuelle Devos e Nathalie Baye

L’elaborazione di un lutto che diventa ossessione. Uno sviluppo naturale eppure morboso, quanto innaturale può essere la morte di un figlio. Lo incarna Emmanuelle Devos, un’attrice particolare, dalla fisicità aspra e un’espressività spesso veicolata più dalla sua silente fissità che dalle parole. Così come Diane non ha molto da dire se non che la sua vita è distrutta dalla morte in un incidente stradale del suo adorato figlio adolescente: investito mentre andava in bicicletta senza che il pirata della strada responsabile si sia costituito, o abbia almeno prestato soccorso.

Adattando un romanzo di Tatiana de Rosnay, il regista svizzero Frédéric Mermoud in Per mio figlio sposta la narrazione da Parigi alla realtà che conosce meglio, quella di confine tra Francia e Svizzera. Lascia che il dramma sia già accaduto e si concentra esclusivamente sul dopo, sulla disperata indagine personale di una donna privata della persona più cara al mondo. Il rapporto con il marito le diventa insopportabile e attrverso l’aiuto di un investigatore privato si trova presto a superare nell’inchiesta una svogliata polizia, in maniera decisamente poco verosimile. Pochi minuti e si convince di quale sia la macchina in questione, con il suo eccentrico color cappuccino che rimanda al titolo originale, del libro e del film: Moka.

Mermoud concede a Diane la corazza della propria macchina, o quella assassina, in cui molta dell’azione del film si svolge. Un percorso intorno al Lago Lemano, fra il versante francese di Evian e quello svizzero di Losanna. Proprio nella località termale francese la protagonista organizza il suo quartier generale: una stanza d’albergo, pochi soldi e una pistola, che insieme alla propria auto le danno l’illusione di poter prima o poi chiudere i conti con chi le ha rovinato la vita. Un’atmosfera seducente eppure malsana, in cui c’è uno scartamento rispetto alla normalità dato dall’essere fuori stagione, un senso d’incongruità che ben rende l’ossessione malsana di una vendetta impossibile e inutile.

A maggior ragione quando conosce la donna a cui appartiene, insieme al marito istruttore di nuoto e alla figlia bella e ribelle, la macchina in questione. Mermoud si innamora di queste due donne così diverse: Diane trascurata e sconvolta, l’altra (Nathalie Baye) estetista che cura la bellezza delle altre donne, rimanendo molto attenta alla propria. Una persona piacevole con cui inizia un rapporto che somiglia all’amicizia, rendendosi conto come la vendetta sia più complicata di quando pensava. In più momenti vittima di inverosimiglianze, perso in territori depalmiani o hitchcockiani non ben gestiti, Per mio figlio vuole a tutti i costi proporre una risposta o una catarsi conciliata alla meno spiegabile delle tragedie. Le protagoniste fanno quello che possono, ma il disvelamento finale risulta poco soddisfacente, sicuramente meno delle premesse.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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