Patria - la recensione del film di Felice Farina tratto dal libro di Enrico Deaglio

19 febbraio 2015
2.5 di 5
3

Un Bignamino degli ultimi 30 anni di storia italiana che alle contrapposizioni destra-sinistra sostituisce quelle alto-basso.

Patria - la recensione del film di Felice Farina tratto dal libro di Enrico Deaglio

Vuoi per la durata ridotta, vuoi per le necessarie (e non necessarie) semplificazioni dovute al passaggio dalla pagina scritta all'immagine filmata, Patria è un film-Bignami. Un piccolo oggetto costruito a uso e consumo delle nuove generazioni (il che, a ben pensarci, stona col concetto stesso di Bignami, sebbene declinato per immagini) per ripercorrere nella maniera più agile e concentrata possibile la storia italiana degli ultimi 30-40 anni.
E se questo, da alcuni punti di vista, rappresenta il pregio massimo del lavoro di Felice Farina, da altri ne rappresenta il limite più ingenuo e ingombrante.

La storia di finzione che Farina ha innestato sulle suggestioni storiche del libro di Enrico Deaglio che del film è stato il punto di partenza, sono poco più che pretestuose. I tre protagonisti sono tre figurine stereotipate e monodimensionali, plausibili e banali allo stesso tempo, la cui unica funzione è quella di citare un po' forzatamente gli eventi che s'insinuano nel film sotto forma d'immagini di repertorio, e di fungere da sommario di quella storia bignamesca che Patria rappresenta.
Va certamente riconosciuto il lavoro notevole svolto da Esmeralda Calabria, montatrice, che accavalla le immagini con intenti evocativi e riesce a toccare le corde emotive dello spettatore, ma è il semplice susseguirsi degli eventi e il suo lineare incrociarsi con la cornice fiction a penalizzare questo risultato.
Con il suo pedagogismo elementare, Patria ricorda e passa in rassegna, senza dubbio, ma omette fette di storia e punti di vista magari "di minoranza" ma non minori, si lascia catturare dal buco nero dell'ossessione (legittima ma non necessariamente costruttiva) per il demone Silvio Berlusconi e, soprattutto, rinuncia - come ogni Bignami che si rispetti - a qualsiasi tentativo di critica, d'interpretazione, di rapporto dialogico con quello che viene raccontato e col presente.

Non sorprende, allora, che la conclusione di Patria sia quella che conduce verso un cauto e utopico ottimismo di stampo umanista, che di politico e storico ha ben poco e che, quel poco, sia nel segno del rifiuto delle contrapposizioni fino a quel momento raccontate.
E il senso del film, con una mossa che si piazza a metà via tra il populismo grillino e le rivendicazioni arrembanti e anti-casta del Fatto Quotidiano, si ritrova tutto nella torre verticale in cima alla quale i tre protagonisti del film si ritrovano per protesta, per solidarietà o per solitudine.
Perché l'unica contrapposizione vera oggi, secondo Patria e Felice Farina, non è quella tra destra e sinistra, ma tra alto e basso: tra chi il potere lo ha e chi lo subisce, tra il popolo e una classe dirigente che, in un modo o in un altro, lo tradisce e lo mortifica da svariati decenni.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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