Party Girl - la recensione dell'opera prima francese vincitrice della Caméra d'Or

24 settembre 2014
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Una indomabile sessantenne che cotinua a vivere di notte.

Party Girl - la recensione dell'opera prima francese vincitrice della Caméra d'Or

Una città di provincia, al confine fra la Francia e la Germania, una strada anonima che di notte si anima con le luci al neon e la musica che supera le pareti sottili di un locale. Un night club, verrebbe da chiamarlo, con la definizione demodé che meglio si adatta a questo posto mai pieno, con qualche ballerina che azzarda goffamente una lap dance ginnicamente discutibile. A spogliarsi sono tutte straniere, al massimo c’è qualche esponente orgogliosa delle classi più povere alsaziane. Al bar c'è anche Angélique, non manca mai, si fa guardare e prende una percentuale dagli alcolici comprati dai suoi corteggiatori.

I corpi e il sesso che ci vengono proposti ogni giorno dalla società delle immagini sono sempre lustrati, perfetti, giovani. Scordatevi tutto questo nell’opera prima di tre registi: Marie Armachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis. Prendendo spunto dalla storia della madre di quest’ultimo i giovani esordienti, compagni di corso alla prestigiosa Fémis di Parigi, hanno scelto quasi tutti attori non professionisti. Su tutti la fantastica protagonista, Angélique Litzenburger, ex ballerina di cabaret.

In Party Girl il primo elemento spiazzante è proprio la sua protagonista. Angélique ha 60 anni, ma ne dimostra anche di più. Non è bella e rimane ostinatamente ancorata a una vita di vizi e risvegli da sbornia. Si accende una sigaretta dopo l’altra, non riesce a concepire una relazione stabile o una serata a casa davanti alla televisione. Insomma, è una party girl e se ne frega di quello che gli altri possano pensare di lei, delle sue minigonne leopardate, del trucco pesante. Quello che parla in lei sono gli occhi, arzilli e maliziosi come quelli di una ventenne.

La sua libertà contro tutti e tutto la rende a suo modo una eroina in lotta contro i canoni della bellezza, per l’affermazione della sua identità. Non che di danni non ne abbia fatti e non ne faccia ancora: i suoi figli sono ormai grandi, ma sono loro a doversi prendere cura della madre, a tamponarne gli eccessi. Un giorno un cliente molto affezionato si innamora di lei e vuole averla tutta per sé. Angélique allora si pone di fronte a un bivio obbligato, alla decisione, con qualche decennio di ritardo rispetto alla media, se continuare con la sua vita da party girl o trovarsi un marito con cui vivere una vita stabile e regolata.

In fondo questo è il viaggio del film, quello di una donna eterna bambina, sognatrice gaudente, alle prese con le sfide di un adolescente, ma a 60 anni. Si accaserà o la sua natura ribelle rimarrà indomabile? La risposta poco importa, la destinazione del viaggio è solo una scusa per mettersi in marcia e nel frattempo lo spettatore è conquistato da questa paladina in lotta contro il politicamente corretto e il socialmente accettabile. Siamo pronti a tutto, ad accettare in pieno le sue scelte, di cui è sempre pronta a pagare il prezzo, a seguirla ovunque. Fragile, ma decisa, sembra Anna Magnani in Mamma Roma, ma invece è un’alsaziana bilingue, che cammina di notte, senza meta, sulle note di Chinawoman.





  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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