Parkland - la recensione del film di Peter Landesman

01 settembre 2013
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Nell’anno del cinquantesimo anniversario dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, era quasi inevitabile l’arrivo di un film che in qualche forma ricordasse la figura del 35° Presidente degli Stati Uniti e un evento che ha segnato la storia e l’immaginario collettivo non solo di un paese ma di tutto il mondo.

Parkland - la recensione del film di Peter Landesman

Nell’anno del cinquantesimo anniversario dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, era quasi inevitabile l’arrivo di un film che in qualche forma ricordasse la figura del 35° Presidente degli Stati Uniti e un evento che ha segnato la storia e l’immaginario collettivo non solo di un paese ma di tutto il mondo.
Va detto subito, però, che Parkland non è la migliore delle commemorazioni che si potesse augurare.

Certo, è probabilmente difficile, oggi, parlare dell’assassinio di JFK fornendo un contributo rilevante nella direzione del nuovo, dell’inaspettato, dell’inedito. Ma quello diretto dall’esordiente Peter Landesman non solo non aggiunge nulla alla sterminata produzione culturale sull’argomento, ma è anche un film dall’andamento formale tanto corretto quanto piatto e canonico.

Tutto incentrato su quanto avvenuto subito dopo i colpi sparati da Lee Harvey Oswald (si segue infatti la versione ufficiale, non c’è alcun accenno a nessuna delle teorie alternative più o meno complottistiche), Parkland si propone di raccontare il peso e le conseguenze della morte di Kennedy sull’America e sulla Storia attraverso quelle persone che più direttamente hanno avuto a che fare con l’evento: Zapruder col suo filmato, i medici e le infermiere dell’ospedale che dà il titolo al film e che invano hanno tentato un’impossibile rianimazione di Kennedy, la scorta presidenziale, polizia e FBI e servizi segreti di Dallas, la famiglia di Oswald.

Forte della gravitas degli eventi che racconta, e fedele alla cronaca ufficiale di quelle ore Landsesman si limita a unire i puntini e ad eseguire un compitino corretto ma senza un guizzo, uno spunto, una trovata o un approfondimento che possa catturare la curiosità o l’interesse di chi guarda.
Poco incisivo in quasi tutti gli aspetti, compresa l’estetica alla Mad Men, Parkland trova qualche momento riuscito quando presenta e racconta il fratello e la madre di Lee Harvey Oswald, raccontando il peso del primo e la quasi follia della seconda.

Ma anche quel versante privato non è inedito, raccontato dettagliatamente, pur in momenti diversi, da Stephen King nel suo splendido "22/11/’63."
E se allora le scene che rimangono più impresse sono i frammenti del film di Zapruder o le immagini e le parole di Walter Cronkite in televisione, qualcosa forse vorrà dire.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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