Paradise: recensione del film di Andrei Konchalovsky in concorso al Festival di Venezia 2016

08 settembre 2016
2.5 di 5
9

Elegante nella forma, ambiguo e semplicista nel contenuto.

Paradise: recensione del film di Andrei Konchalovsky in concorso al Festival di Venezia 2016

Non è uno solo, il Paradiso del film di Andrei Konchalovsky.
Perché c'è quello letterale, al quale tre personaggi - che animano le vicende del film e che, a fasi alterne, si confessano di fronte a un qualche dio giudice che, col loro sguardo dritto in macchina, il regista russo fa coincidere con lo spettatore - sperano, o forse no, di accedere.
E poi c'è il paradiso ideale cui aspirava l'aberrante utopia nazista, cui uno dei tre, giovane aristocratico divenuto ufficiale delle SS.
Nel mezzo, l'inferno della guerra, della prigionia, dei campi di sterminio. Dell'illusione di una vita tranquilla e spensierata, o di quella della forza e della possibilità di cambiare le cose.

Bianco e nero curatissimo, anche troppo, camera fissa e una messa in scena spesso più teatrale che documentaristica, Paradise non si limita a raccontare una storia, a omaggiare le tante donne russe che hanno salvato (o cercato di salvare) bambini ebrei dai campi nazisti: chiama in causa chi guarda, mette in scena posizioni complesse, raccontando sì una ricca donna russa che sacrifica tutto e, nella Parigi occupata, viene arrestata per aver cercato di portare in salvo dei bambini, ma anche un nazista capace di gesti umani e di vedere il dubbio insinuarsi nelle crepe del suo fanatismo ideologico, e un collaborazionista francese che, in fondo, è un bonaccione uscito da un romanzo di Simenon destinato a una fine rapida, brutta e forse perfino immeritata.

Questo bel personaggio interpretato da Philippe Duquesne appare in una fase ancora aurorale del film, quando viene introdotto anche quello di Olga, la nobile russa idealista, ed è con la sua scomparsa che fa la sua apparizione l'arianissimo Helmut: a quel momento in avanti, la scrittura di Konchalovsky diventa programmatica, e decisamente più ancorata ai tanti luoghi comuni del cinema su lager e nazismo. Senza contare l'implausibilità di vedere incrociarsi tante storie e tanti personaggi proprio nello stesso campo.

Se formalmente le cadute di stile di Paradise sono pochissime (ma con la significativa eccezione di una "illuminazione" vagamente fantozziana nel finale), Paradise si complica la vita da solo sul piano della scrittura e dei giudizi morali che, inevitabilmente, richiede allo spettatore, ondeggiando tra ambiguità e semplicismi e creando, con la sua superficie levigata, uno schermo tra personaggi e pubblico che diventa sordina emotiva.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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