Pandorum - recensione del film con Ben Foster

06 agosto 2010
3 di 5

Fantascienza paranoica e claustrofobica, (post) apocalittica, con qualche ambizione filosofica (parolone…) più o meno celata e venature orrorifiche: un filone piuttosto ampio e prolifico del cinema di genere americano e non, nel quale Pandorum si va ad iscrivere nella maniera più piena.

Pandorum - recensione del film con Ben Foster

Pandorum - la recensione

Fantascienza paranoica e claustrofobica, (post) apocalittica, con qualche ambizione filosofica (parolone…) più o meno celata e venature orrorifiche: un filone piuttosto ampio e prolifico del cinema di genere americano e non, nel quale Pandorum si va ad iscrivere nella maniera più piena.
Ma più che dalle parti di Alien - che si tratti di quello originale di Scott o di uno qualsiasi dei suoi successori - siamo da quelle di Punto di non ritorno di Paul W.S. Anderson: per volontà di tenere i piedi ben piantati nella serie B, per manico registico, per influenze e suggestioni.

Lontano da qualsiasi forma di originalità nei suoi spunti di sceneggiatura, il film diretto da Christian Alvart si aggrappa con presa forte a dinamiche di messa in scena sicure e collaudate, teutonicamente algide e squadrate, dove ogni forma di ammiccamento e ironia è bandita, ma di comprovata affidabilità.
Qualcuno definirebbe quello di Alvart un “lavoro onesto”, che è cosciente dei modelli cui si rifà, dei suoi punti forti e dei suoi limiti, come dell’inarrivabilità dei livelli di tensione e paura di quel The Descent che viene implicitamente citato: e da un punto di vista di puro intrattenimento, i risultati che si portano a casa sono anche discreti.
In questo quadro, Ben Foster si muove con la nervosa abilità che oramai gli viene riconosciuta, Dennis Quaid è al contrario si muove con rigido e rugginoso mestiere e la semisconosciuta Antje Traue si fa notare per l’atletismo e per i fari blu che si ritrova al posto degli occhi.

Nel complesso, però, Pandorum non si libera mai del tutto dall’amaro retrogusto dell’occasione almeno parzialmente sprecata: non tanto per qualche calo nel ritmo o per qualche situazione lievemente farraginosa del finale, quanto per la faciloneria un po’ supponente con la quale si vuole moralizzare sulla natura invariabilmente autodistruttiva e cannibale della specie umana, offrendo poi una facile e scontata via d’uscita nel segno di una rinascita travagliata: di una quasi morte interiore che si trasforma in nuovo parto collettivo nemmeno troppo metaforico e figurato.
In questo modo, il film rimane un po’ incerto, seriosamente e rigidamente sospeso tra due diverse e non necessariamente contrapposte concezioni della cosiddetta serie B.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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