Pacifiction, la recensione del film di Albert Serra in concorso al Festival di Cannes 2022

27 maggio 2022
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Il regista spagnolo, uno dei più cool e di culto di quelli che frequentano i giri festivalieri, solitamente autore di un cinema piuttosto respingente, qui trova il modo di dispiegare in maniera funzionale e non arrogante tutto il suo talento. Con un Benoit Magimel monumentale.

Pacifiction, la recensione del film di Albert Serra in concorso al Festival di Cannes 2022

Pressoché sconosciuto al grande pubblico, anche perché i suoi film non sono mai entrati a far parte del circuito distributivo italiano, lo spagnolo Albert Serra è uno dei registi considerati più cool e di culto dalla popolazione festivaliera di tutto il mondo.
Il suo è un cinema indubbiamente di grande originalità e personalità che, però, sa anche essere respingente, ostile, ostico, arrogante nei confronti dello spettatore.
A dirla tutta a me, Albert Serra, non era mai piaciuto.
E però nella vita è importante mantenere la mente aperta, perché le sorprese possono esserci, e certi pregiudizi essere abbattuti.
Ed ecco che, dopo ad esempio un letale dittico come quello rappresentato da La morte di Luigi XIV e Liberté, finalmente Serra ha fatto un film dove dispiega meglio, e al meglio, tutto il suo innegabile talento.

Qualcosa si capiva già dalle prime foto che circolavano, di questo nuovo Pacificition. Qualcosa che riguardava la luce, le atmosfere, e che promettevano già, implicitamente, un'esperienza esotica e misteriosa, vagamente minacciosa.
Esotismo, mistero e minaccia sono tutti elementi che poi si ritrovano davvero dentro Pacifiction, assieme a una sensualità pigra e debosciata, a machiavellismi bizantini, a un senso di paranoia implacabile come le onde o la marea del Pacifico.
Fané, si potrebbe facilmente definire l'atmosfera di Pacifiction. Fané, decadente e a cavallo tra la rassegnazione e la disperazione di fronte alla minaccia vaga di un'apocalisse incombente.

Tutto questo, oltre che nelle immagini, nelle inquadrature, nelle misteriose sequenze ordite da Serra, si ritrova perfettamente, simbolicamente, nei modi, nel corpo e nel pensiero del personaggio protagonista, l'enigmatico e impenetrabile De Roller, Alto Commissario della Francia a Tahiti, Polinesia francese, rappresentante della Repubblica e nello Stato francese in quell'angolo di paradiso. Incarnato alla perfezione da un Benoît Magimel quasi irriconoscibile, bolso e sfatto, ma capace di un'interpretazione incredibile, tanto sottile quanto affilata.
De Roller è un uomo di potere, ma in definitiva di un potere piccolo. È un uomo che si muove con felina soavità e noncurante eleganza (completo doppiopetto bianco sopra a camice fantasia e espadrillas arancioni) da un tavolo all'altro di bar, locali, discoteche, case, per parlare, ascoltare, promettere, ordire, sapere, indirizzare, macchinare. Per la Francia, per sé, per quel suo paradiso in cui vive, sempre sospeso tra opportunismo egoista e vanesio, e una sincera pulsione al bene comune.
Se Tahiti è un paradiso, è il suo paradiso. E però quel suo paradiso, quel suo piccolo grande regno è messo a rischio, quando la marina francese inizia a farvi viva più spesso del previsto, tra la popolazione indigena si sparge la voce che la Francia voglia riprendere gli esperimenti nucleari nell'area, misteriose figure riconducibili a potenze estere terze si fanno vive, e De Roller pare improvvisamente assediato da nuovi nemici. Pare andare in crisi. Disfarsi. Sempre di più.

Serra è sempre Serra, e non ci si deve aspettare un thriller tradizionale, da questa storia. Tutto è lento, tutto è dilatato, tutto è imploso dentro inquadrature che restituiscono al tempo stesso tutta la bellezza polineasiana, una bellezza tanto naturale quanto chiaramente debitrice di quella pittorica di Gauguin, ma anche la pesantezza di un'aria, quella respirata da De Roller, che si fa lentamente e inesorabilmente aspra, venefica.
Un'aria limpida e malata al tempo stesso, tropicale nel modo più complesso. Tristi tropici, quelli di Serra. Una "Tropical Malady", quella di Albert Serra. Contagiosa. Irresistibile. Destinata a rimanere addosso. Nel bene come nel male.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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