Oxygène: la recensione del film Netflix con Mélanie Laurent

13 maggio 2021
3 di 5

Un thriller di fantascienza claustrofobico senza grandi pretese di originalità ma di solida fattura. Molto brava Mélanie Laurent, ben congegnato il copione di Christie LeBlanc. Mathieu Amalric, in voce, fa l'intelligenza artificiale con un pizzico di sana ironia. In streaming su Netflix. Recensione di Federico Gironi.

Oxygène: la recensione del film Netflix con Mélanie Laurent

Mélanie Laurent, la donna cui Tarantino ha concesso l'invidiabile privilegio di dar fuoco a Hitler e ai suoi gerarchi dentro un cinema, si risveglia all'improvviso all'interno di una strana e ipertecnologica capsula. Rompe una specie di bozzolo-placenta che la ricopre interamente, volto compreso, e scopre di avere infilate qua e là ha flebo e sonde. Un allarme l'avverte che la sua riserva di ossigeno è al 37% ed è completamente sola. Senza sapere chi sia, e come sia finita in quel posto.
Anzi. Proprio sola non è. Con lei c'è MILO (acronimo di qualcosa che qui è inutile stare a specificare), un'intelligenza artificiale, pronipote di HAL 9000, ma senza turbe, ed evoluzione delle nostre Siri e Alexa, che le parla con la voce di Mathieu Amalric.
E parlando con MILO - che si rivolge a lei come alla bioforma Omicron 267 - la protagonista di Oxygène scopre che quella dentro la quale si è risvegliata è una capsula criogenica medica, che lei fortunatamente sta bene ma che il problema dell'ossigeno rischia non farla stare più bene. Definitivamente.

La cosa particolare di Oxygène - che parte come una versione più tecnologica di Buried per poi aprirsi a tutta una serie di influenze e derivazioni provenienti dagli ambiti più disparati della fantascienza contemporanea e non, soprattutto di quella definita "esistenziale": ma dire di più rovinerebbe la visione - è che la chiave per la sopravvivenza della sua protagonista passa attraverso la necessità di scoprire la sua identità. Di più: di recuperare la memoria di persone e sentimenti, e risolvere così un enigma complesso e non sempre sorprendente in maniera più efficace di quanto non riescano a fare gli aiuti che arrivano via internet o via telefono (da un ambiguo poliziotto, e da una donna misteriosa).
Non basta, per il personaggio della Laurent, scoprirsi una scienziata premio Nobel di nome Elizabeth Hansen. Anche perché sarà lo stress, saranno informazioni fallaci, non sempre le è facile capire cosa è vero di ciò che vede e sente, e cosa no.
Conoscersi è sopravvivere, insomma.
Forse.

Senza sovrastimare contenuti tutto sommato un po' ovvi, tutto questo ci serve a capire che Oxygène è un film di scrittura, prima ancora che di regia.
Di scrittura e, ovviamente, di recitazione, visto che Mélanie Laurent è sullo schermo praticamente tutto il tempo, e le sue interazioni con altri attori, tolto Amalric in sola voce, sono inesistenti. Il film è suo prima che di chiunque altro, grazie al modo in cui è capace di riempirlo senza risultare stucchevole: perché è brava, oltre che portatrice di una qual certa gradevolezza estetica.
Fosse stata Noomi Rapace, come per un po' avrebbe dovuto essere, la protagonista del film, sarebbe stato tutto diverso (Anne Hatahway, in lista per la parte prima ancora della svedese, poteva invece risultare interessante).
Assieme alla Laurent viene la sceneggiatrice Christie LeBlanc, che ha scritto sì un copione un po' derivativo e con la sindrome dell'accumulazione seriale, ma ha anche costruito bene struttura del racconto e dialoghi, riuscendo anche a inserire in una storia basata su tensione e drammaticità una certa qual vena ironica, come nel caso del tormentone di MILO che chiede alla Laurent "desidera un sedativo?" nei momenti di massima agitazione, ricordando un po' il proverbiale se-da-da-vo di Frankestein Jr..

Solo dopo queste due donne arriva Alexandre Aja, il regista. E non tanto perché i flashback che di tanto in tanto ci portano fuori dalla capsula criogenica sono di un estetismo patinato insopportabile, mentre è bravo a gestire ciò che accade "in interno", ma perché si vede lontano un miglio che questo genere di storie qui, la storia di Oxygène, non è quel che gli viene meglio. Quel che gli viene meglio, ad Aja, è la grana grossa, l'Alta tensione, i Piranha 3D, perfino gli alligatori di Crawl.
Dalla sua, però, Oxygène ha un timing spietato: una storia di confinamento e scarsa ossigenazione in tempo di COVID. C'è anche di mezzo un virus, ma non sarò certo io a spoilerare.

Oxygène
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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