Outrage Beyond - la recensione del film con Takeshi Kitano

03 settembre 2012
2.5 di 5

Sequel del già irrisolto Outrage, presentato a Cannes nel 2010, è un film verboso e dejavuistico nella struttura e nella rappresentazione della violenza.



Alla fine dell’irrisolto Outrage - il film del 2010 nel quale Kitano tornava, dopo anni, a cimentarsi con i film di Yakuza - il protagonista Otomo si consegnava volontariamente alla polizia.
In Outrage Beyond lo ritroviamo in carcere, dal quale esce grazie all’intervento di un poliziotto che usa la sua voglia di vendetta come pedina inconsapevole in una guerra di bande che lo stesso agente alimenta per i suoi scopi.

Nella sua prima parte,
Outrage Beyond è quasi esclusivamente verbosa e progressiva esplicazione dei machiavellici e intrecciati piani del burattinaio in questione e di quelli di tutti gli altri attori coinvolti nella vicenda: i boss di due famiglie Yakuza rivali e quelli dello stesso Otomo e di un suo vecchio nemico/amico.
Nella seconda, l’iperviolenza cruda e ironica di Kitano deflagra tra una parlata e l’altra, seguendo traiettorie piuttosto consuete e mai spiazzanti.
L’autore giapponese prosegue il discorso del film precedente, raccontando il decadimento morale del mondo Yakuza ma, questa volta, anche della politica e della polizia, facendo terra bruciata di ogni possibilità di redenzione, riscatto, rigore: di una vita scevra da compromessi e dalle loro conseguenze.
Solo un personaggio, in Outrage Beyond, quello di un secondo poliziotto che guarda criticamente l’agire del suo machiavellico collega, sembra mantenere un certo onore: ma il suo destino è sparire nell’ombra, comunque macchiato da un non intervento forse possibile.

Non basta però il lieve slittamento rispetto ai temi già raccontati in
Outrage a fare di questo sequel un film più completo e meno irrisolto.
Qualche trovata originale nelle uccisioni non basta a far sembrare Outrage Beyond un vecchio Kitano invece che un nuovo film di Kitano, e non basta a fugare il dubbio che la crisi creativa autodenunciata dal regista nei film che erano venuti prima di questo dittico stia ancora tutta lì.
Rimane, anche questo non nuovo ma comunque interessante, l’indiretta analisi socio-politica di un paese dove la complessità di rapporti tra poteri legali e illegali assume forse ancor più estreme del solito.


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  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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