Our War: la recensione del documentario presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2016

09 settembre 2016
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Il racconto di tre foreign fighters occidentali che si sono uniti alla lotta armata curda contro l'avanzata dell'Isis.

Our War: la recensione del documentario presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2016

Terrorismo. Guerre. Terremoti. Emergenze ambientali. Non passa quasi giorno, oramai, che il mondo complesso e teso in cui viviamo non ci metta di fronte a questioni difficili; a problemi che a volte sembrano insormontabili; a domande alle quali è arduo trovare la risposta appropriata. Per quanto però difficile possa essere, è palese che è non solo insufficiente, ma spesso perfino dannosa, la risposta data dalle anime belle della rete, che affidano a post di Facebook o ai 140 caratteri di Twitter uno sdegno fatto di eccessi, di recriminazioni gratuite, di formulette e sentenze sputate, buone per la polemica e per lavare la coscienza come una Messa domenicale per il cristiano che si ricorda di esser tale una volta alla settimana.
Parlare (in questo caso, addirittura, scrivere) è facile: fare lo è molto di meno. Per questo un film come Our War, oltre a sapere come raccontare una vicenda di stringente attualità e i tre personaggi attraverso la quale viene esplorata, è un film fortunatamente scomodo. Perché sotto alle questioni che riguardano la politica, sotto quelle dell'ideologia, sotto quelle che vanno a toccare l'argomento spinoso della violenza e del suo utilizzo "per scopi nobili", sbatte in faccia a chi guarda la questione sempre più rimossa, e moralmente complessa e rilevante, del fare.

I tre protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia, i tre foreign fighters che hanno lasciato le loro case in Occidente per andare a combattere una guerra al fianco dei guerriglieri curdi dello YPG, nel Rojava, a Kobane, contro l'avanzata dell'Isis, sono tre personaggi che - guidati da motivazioni differenti - hanno scelto di fare. Di agire.
Sono un ragazzo italo-marocchino dei centri sociali, spinto da una passione politica; un curdo nato in Svezia, rimasto scioccato dopo un video dell'Isis visto su Facebook; un ex marine americano che voleva tornare al fronte ma senza la politica che lo aveva disgustato nella gestione del Corpo. Sono tre persone che, invece di imbracciare una tastiera e arringare gente su internet, sono andate a fare: rischiando la pelle, combattendo una guerra che ritenevano giusta, sostenendo una causa.

Argentieri, Chiaravallorri e Jampaglia evidenziano questa dimensione, senza esaltare però la loro scelta, lasciando che siano le loro parole e la realtà dei fatti che tutti conosciamo ad evidenziare il contrasto tra il loro agire e il gomitolo di lana caprina dentro al quale rischiano di perdersi tutte le iniziative dei Governi e tutte le parole degli opinionisti e dei cittadini, di fronte al crescere e l'avanzare dello Stato Islamico. Così facendo, lasciano pure che emergano le tante contraddizioni insite nelle loro azioni da un lato, e nelle inazioni imbambolate dell'Occidente dall'altro; le ambiguità morali e le questioni eticamente scottanti insite in una scelta di violenza estrema, e quelle di una politica che intreccia l'interesse economico a quello della sicurezza del mondo.
Il loro sguardo è curioso, aperto, alla ricerca di motivazioni e conseguenze più che di semplici e un po' arroganti giudizi. E le questioni che mettono sullo schermo sono lì, pronte per essere valutate e discusse. Nel bene come nel male.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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