One More Time With Feeling: recensione del film documentario con Nick Cave

05 settembre 2016
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Il film di Andrew Dominik presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2016.

One More Time With Feeling: recensione del film documentario con Nick Cave

Nick Cave aveva già iniziato a lavorare sul nuovo disco dei Bad Seeds quando, nell'estate del 2015, il figlio quindicenne morì volando giù da una scogliera nei pressi di Brighton. Impossibile che un evento così traumatico, il peggiore dei lutti che possa toccare in sorte, non gettasse la sua ombra su tutto quello che è avvenuto dopo.
One More Time With Feeling non è un documentario sulla successiva registrazione di quell'album, Skeleton Tree, ma è una sorta di elegia funebre, una pubblica elaborazione del lutto, un grido di sommesso dolore e una forma di autoanalisi per Cave, che ha dichiaratamente chiesto all'amico Andrew Dominik di filmarlo in studio e a casa, spinto dal bisogno di parlare di dire qualcosa a qualcuno, pubblicamente, di compiere un ulteriore passo di emancipazione da un trauma che farà per sempre parte di lui.

Girato in uno splendido bianco e nero che richiama quello delle tante foto che vi appaiono dentro man mano, e in 3D che sembra voler liberare le figure e i personaggi dalla loro prigione, e donargli nuovamente la necessaria distanza prospettica su sé stessi e la vita, One More Time With Feeling è sinuoso, commovente e ipnotico come i brani cantati da Cave.
A trapassare come una lama questo vellutato vortice di eleganza, più ancora dei testi di Skeleton Tree - cupi e, a posteriori, tristemente preveggenti -, sono le parole del cantante e di sua moglie, che con una sincerità spiazzante e quasi scomoda raccontano senza vittimismi e con enorme pudore, mai morbosamente, della loro tragedia, della loro fragilità, della necessità di far continuare la vita.

Tra un brano musicale, una confessione davanti alla macchina da presa e un intervento con voce fuori campo, Nick Cave ci spalanca le porte della sua sofferenza: non per farsi compatire, o consolare, ma per comprendersi meglio. E per condividere quello che, di fronte all'abisso più nero, è arrivato a imparare: che se non ci sono, forse, spiegazioni o senso, il cammino della vita va percorso ugualmente, consapevoli delle fragilità, abbracciando il prossimo e coltivando la gentilezza. Perché, in fondo, "there's more paradise in hell than what we've been told".



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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