On the Milky Road: recensione del film di Emir Kusturica con Monica Bellucci

09 settembre 2016
2.5 di 5
14

Il rumoroso cavanserraglio del regista di Underground si ferma a Venezia, dove è stato presentato in concorso ed è tra i candidati al Leone d'Oro.

On the Milky Road: recensione del film di Emir Kusturica con Monica Bellucci

Il cinema di Emir Kusturica è un caravanserraglio. Il cinema di Emir Kusturica è circo, teatro concerto, surralismo, provocazione, festa e superomismo. Il cinema di Emir Kusturica è terra e fuoco, maiali e oche, falchi e orsi, galline e serpenti, tromboni e pianoforti, chitarre e percussioni, bombe e fucili, carne e sangue, uomini e donne. E rakija, tantissima rakija.
E, come in questo caso, guerra e amore.

Assoluto, sfacciato, On the Milky Road si piazza davanti allo spettatore e non cede di un millimetro: anzi, avanza e aggiunge provocazione su provocazione (tanto sul piano del cinema che su quello della politica), accumula figure e situazioni e paradossi come vestiti su una poltrona che non hai mai voglia di mettere a posto nell'armadio, come le ciafrusaglie dentro quel cassetto nel quale nascondi le cose per dare una parvenza d'ordine.

Dentro quel caos, che gestisce col piglio deciso e l'aria stropicciata del domatore di un circo scalcagnato, Kusturica sorprende: non solo evita che, tirato da mille parti, il film vada completamente fuori controllo e si chianti contro qualche roccia, su un albero o addosso a un mortaio, ma addirittura riesce a far emergere e distinguere come deve i due veri protagonisti della storia, il soldato-lattaio da lui stesso interpretato e la bella italiana che fa impazzire i maschi di Monica Bellucci.

Mentre il caos gioioso del cinema e quello violento e spietato della guerra rischiano di renderli indistinguibili, il Lattaio e la Sposa trovano in un sentimento imprevisto e a suo modo disperato la forza di superare i traumi del loro passato, o almeno di tentare di farlo.
Nel mondo di On the Milky Road, donne folli, uomini violenti e l'ingerenza delle grandi potenze straniere minano le aspirazioni alla tranquillità dell'uomo serbo, che vorrebbe vivere in comunione con una Natura che si rivelerà la sua salvezza, inseguendo al massimo l'aspirazione di un amore.

La mano, ovviamente, è tutt'altro che fine. L'ideologia, se possibile, ancor meno. Il risultato, ambiguo e sbilenco. Esagerato soprattutto sul piano ideologico. Ma, detto questo, il barocchismo balcanico di Kusturica è così esagerato, il suo panteismo agreste così sfacciato e il suo surrealismo alcoolico così naif, che si finisce con l'essere trascinati - a tratti - dall'energia disordinata del film. Se solo Kusturica riuscisse a incanalarne meglio almeno una parte, come magari dimostrano un paio di immagini visivamente potenti e tutt'altro che arruffate che annegano nel film, e a potare un po' il cespuglio selvaggio del resto, chissà cosa potrebbe accadere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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