Old Henry, la recensione: Tim Blake Nelson in un western che salda una vicenda intima alla grande storia del West

07 settembre 2021
3.5 di 5

Un bravissimo Tim Blake Nelson è il protagonista di un western atipico e controintuitivo, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2021, nel quale si racconta di un uomo costretto a fare i conti col proprio passato, e con la fine di un'epoca. La recensione di Federico Gironi.

Old Henry, la recensione: Tim Blake Nelson in un western che salda una vicenda intima alla grande storia del West

Saranno pure state raccontate milioni di volte, le storie di personaggi che sperano di essersi lasciati definitamente alle spalle un passato burrascoso o violento che, invece, torna a bussare alla loro porta, ma se ci si torna su così spesso un motivo ci sarà anche. E poi, alla fine, come si racconta conta spesso più del cosa: Potsy Ponciroli ne è ben consapevole, e la storia di Old Henry la racconta bene assai.

È chiaro da subito, che il vecchio Henry non è chi vuol far credere di essere. Fin da quando, nella scena che apre il film, lo sentiamo definirsi da solo in voce narrante ("sono un contadino: è quello che sono"), e poi scambiarsi versetti della Bibbia con figlio adolescente e bruciante di vita che in quella fattoria sperduta nell'Oklahoma, a zappare e dar da mangiare ai maiali si sente sprecato.
Chi era Henry, o chi era Henry prima che diventasse Henry lo si scopre a poco a poco, dopo che aver portato in casa un uomo ferito e un borsello pieno di denaro attirerà nella sua fattoria gente senza scrupoli che vuole quel bottino.
Henry, o l'uomo che Henry era stato, sapeva che qualcuno sarebbe arrivato, e aveva cercato di resistere alla tentazione di lasciare quello sconosciuto moribondo al suo destino. Inutilmente: perché Henry è un uomo buono. Ed è un padre.

Quello di Old Henry è un western controintuitivo, prograssivamente imploso in un solo luogo e in tanti silenzi, e nella meravigliosa faccia da cinema di Tim Blake Nelson, praticamente perfetto nei movimenti, nei toni, nelle trasformazioni.
Alternando momenti meditativi, tensioni forti ed esplosioni di violenza, piccoli gesti e battute taglienti, con una grande accuratezza nella scrittura e nella messa in scena Ponciroli spoglia progressivamente il suo protagonista dell'identità che aveva scelto per vivere una vita tranquilla.
Lo rivela agli altri personaggi e al pubblico per quello che è conducendolo controvoglia all'inevitabile sparatori finale - che è secca e ruvida, e dal pathos minimalista e ironico - e saldando con un riuscito colpo di scena la vicenda minima del suo film alla grande storia e alle grandi figure leggendarie del west americano, rileggendole in una maniera quasi rivoluzionaria.

Henry tornerà ad essere colui che era prima, proprio perché una stagione della storia americana si sta chiudendo, una nuova era sta iniziando, e i conti con quel passato recente vanno saldati. Ma Henry, prima di tutto, continuerà a essere un padre: ogni sua azione, in questo film, e prima di questo film, è dettata dalla paternità, dalla voglia di amare e proteggere un figlio a costo di commettere qualche errore, o della sua stessa vita.
"Non credo nella redenzione", dirà sul finale, "ma nel potere consolatorio di crescere un figlio." Cercando, come ogni padre, di evitare che il figlio compia gli errori da lui compiuti in passato, per permettergli di guardare al futuro con quella serenità che lui, forse, non aveva più avuto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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