Office: recensione del musical di Johnnie To con Chow Yun-Fat

19 ottobre 2015
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Un musical in 3D sull'alta finanza per il leggendario regista e produttore di Hong Kong.

Office: recensione del musical di Johnnie To con Chow Yun-Fat

Autore poliedrico che ha affrontato tutti i generi e con particolare successo l'hard-boiled, il maestro di Hong Kong Johnnie To si cimenta stavolta col musical (in un non essenziale 3D) in quello che appare al tempo stesso il suo film più anomalo e più classico. Tratto dalla pièce teatrale della protagonista Sylvia Chang “Design For Living” e cosceneggiato dalla stessa, Office cerca di rivestire coi panni glamour di un tipico musical hollywoodiano un corpo contemporaneo come la crisi dei mercati finanziari con la bancarotta della Lehman Brothers nel 2008 e i suoi deleteri influssi sui mercati mondiali e sulle vite di milioni di incolpevoli e inconsapevoli cittadini. La Jones & Sunn in cui si svolge l’azione del film è una grande azienda di Hong Kong, paese che – pur se tornato nel 1997 sotto la sovranità cinese - per legge opera in totale indipendenza legislativa ed economica, libero di seguire la logica del profitto e dell’espansione capitalistica.

Mentre a quanto pare il testo originale era quasi un’one-woman show per il personaggio della Chang - direttore generale dell’azienda che alla vigilia della sua entrata in borsa tratta un accordo per sviluppare nuovi prodotti con una società di cosmetici francese, Madame – nella versione cinematografica l’attenzione si distribuisce equamente (forse troppo) sui vari personaggi che rappresentano ognuno un classico topos del cinema di analoga ambientazione: il novellino intelligente ma ingenuo che vuole fare strada, la ragazza geniale che è in realtà la figlia del capo in incognito e deve provare il suo valore senza che gli altri sappiano chi è, lo spregiudicato giocatore d’azzardo e il big boss in persona, lo splendido Chow Yun-Fat che conferisce carisma a qualsiasi personaggio interpreti e in questo caso è perfettamente credibile, enigmatico e laconico, nel ruolo di deus ex machina. Tra il capo e la sua diretta sottoposta c’è da anni una storia, la moglie di lui è in coma e non ha mai superato il tradimento e nella vita aziendale non c’è lealtà che tenga. Sesso e potere vanno da sempre a braccetto, ci si può servire degli altri sfruttandone le umane debolezze e i sentimenti possono essere puri solo nel caso dell’amore a prima vista tra due giovani ancora non sporcati dall’avidità.

Il problema del film è che To non riesce a calibrare le varie componenti del racconto e tutte le sottotrame relative ai personaggi: da un lato prende molto sul serio la storia e dall’altro cerca di raccontarla con la leggerezza tradizionalmente associata al musical. Tra i due piani però resta sempre una lieve sfasatura, come se di trattasse di due film diversi. Le sequenze migliori sono proprio quelle musicali che raccontano la vita dell’ufficio e dei semplici impiegati, coi pettegolezzi, le piccole manie, tutto quello che succede in un gigantesco open space a più piani in cui ognuno sta sotto gli occhi di tutti.

La parte più affascinante di questa stravagante operazione è in questo senso la bellissima scenografia di William Chang, col gigantesco orologio i cui meccanismi sovrastano l’edificio a cui sembra stare attaccata la metro piena di gente, in un meccanismo teatrale che svela sapientemente l’artificio. Coinvolgenti anche se semplici sono anche le coreografie, dai balletti improvvisati sulle scale ai duetti di seduzione tra il rampante scommettitore e la ragazza della contabilità che potrebbe salvargli la vita, fino al valzer finale che chiude i giochi. Come in ogni storia di ascesa al successo e come nella vita, c’è chi sale rapidamente e chi scende precipitevolissimevolmente e il simbolico scambio di consegne tra la vecchia e la nuova generazione (che ha anch’essa tradito ma solo perché, come cantano i due ragazzi per giustificarsi, “non se ne sono resi conto”) vuole riportare il tutto al glamour di un genere che può raccontare anche storie drammatiche (vedi Dancer in The Dark) ma sembra davvero inadatto ad accompagnare gli intrighi dell’alta finanza.

 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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