Nymphomaniac - la recensione del film di Lars von Trier

09 febbraio 2014
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Lars von Trier ritrova il piacere del racconto e procede nel suo cammino sardonico e sincero di (auto)analisi. Cinema libero, melodramma contemporaneo: una prima parte davvero notevole

Nymphomaniac - la recensione del film di Lars von Trier

Non è un film hard, Nymphomaniac.
E nemmeno un giocattolino provocatorio come buona parte dell’astutissima campagna di marketing del film voleva scientemente insinuare. Nymphomaniac: parte I è, ancora una volta, un tassello della sardonica ma sincera e disarmante autoanalisi pubblica di Lars von Trier, che ancor di più che in Antichrist confessa tutta la sua fragilità di fronte al femmineo, la sua fascinazione e la sua impotenza di fronte allo stesso.

Un rapporto d’analisi, d’altronde, è quello tra la Joe di Charlotte Gainsbourg e il personaggio di Stellan Skarsgård (guardacaso, dopo i fattacci di Cannes, un ebreo ateo), che all’inizio del film la trova esanime in strada, la porta a casa e si fa raccontare la sua storia.
Joe si professa un essere umano cattivo, una ninfomane che ha utilizzato il sesso per contrastare una solitudine figlia del vuoto familiare e interiore, per fuggire da quell’amore che la paralizza e la terrorizza, una donna che ha fatto del male a tanti uomini. Skarsgård, da parte sua, modera, contiene, riconduce tutto a quella razionalità che il danese vorrebbe poter applicare a sé stesso e che racconta con i riferimenti numerici alla sequenza di Fibonacci, alla geometria della bellezza, ad un funzionamento scientifico e matematico delle cose.

Contraddittorio come sempre, von Trier si vede un po’ analista e un po’ analizzato, sceglie un setting britannico dai confini temporali indistinti e lascia libero il suo narrare come non accadeva da tempo.
Nel racconto orale che si fa cinematografico, nella divisione in capitoli, nel suo essere dichiaratamente e intimamente morale, Nymphomaniac guarda al modello dei feuilletton ottocenteschi, dando spazio e tempo ai personaggi, ai dettagli, ai sentimenti e alle motivazioni.

Le coloriture di sesso esplicito, i membri eretti, i nudi, le vagine in primo piano - che in questa versione estesa non mancano ma che non sono mai né fini a sé stesse né pruriginose - sono la necessaria esplicitazione di dilemmi che hanno a che fare con la psiche più che con la carne, ingredienti di un melodramma contemporaneo e schietto che riesce a catturare tematiche contemporanee e universali, come certe nevrosi che impediscono il contatto e l’empatia, l’afasia, il rifiuto dell’intimità e il ripiegamento su corpo e sessualità meccanica.
Morale sì, ma mai moralista, il film di Lars von Trier parla non solo dei rapporti tra donna e uomo, ma anche dell’amore e delle sue tante possibili (e impossibili) facce, anche quando racconta la sua disperata assenza (e quindi ricerca) nella successione infinita di rapporti sessuali privi di un qualsiasi coinvolgimento emotivo della giovane Joe interpretata da Stacy Martin.

Certo, per valutare appieno l’operazione Nymphomaniac bisognerà attendere di vedere la seconda parte del film, e capire come il danese ha intenzione di tirare il bandolo della matassa, verso quale direzione andrà a parare con l’autoanalisi che è di Joe e anche sua.
Per il momento rimangono in campo suggestioni fortissime, un senso di libertà cinematografica quasi scandalosa, e alcune sequenze davvero emozionanti e memorabili: su tutte, il capitolo che vede protagonista una Uma Thurman in forma e intensa come forse non è mai stata prima d’ora.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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