Now You See Me 2: I maghi del crimine Recensione

Titolo originale: Now You See Me: The Second Act

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Now You See Me 2: recensione del film con Mark Ruffalo, Daniel Radcliffe e Lizzy Caplan

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Now You See Me 2: recensione del film con Mark Ruffalo, Daniel Radcliffe e Lizzy Caplan

Va bene, abbiamo capito: l'Occhio, lo sguardo, l'illusione. È tutto così esplicito, tutto così spiegato che lo stupore svanisce, la sospensione dell'incredulità crolla. Peggio di un gioco di prestigio ripetuto troppe volte c'è solo un gioco di prestigio che viene rivelato in tutti i suoi dettagli.
Sì, certo; lo svelamento del trucco, in Now You See Me 2, è parte del gioco, ci sta e ci deve essere; ma, paradossalmente, finisce col togliere, più che col dare.

Chi dà, senza sosta e senza remore, sono comunque i protagonisti del film: il finto FBI Dylan, e i quattro Cavalieri, che ora sono Danny, Merritt, Jack e la new entry Lula, che come nel primo film vogliono fare della loro magia uno strumento al servizio di quella giustizia sociale che oggi è tanto di moda quanto necessaria: nel primo film era togliere ai ricchi per dare ai poveri, qui è il dare informazioni che permettono di far cadere altarini, svelare trappole e rivelare i raggiri degli stessi di ricchi di prima e di altri ancora.
Chi dà, divertendosi e divertendo, sono i tanti nomi importanti che Now You See Me 1 e 2 hanno messo assieme: da Ruffalo a Caine, passando per Eisenberg, Harrelson, Franco e Freeman, fino alle nuove entrate. Fino alla Lizzy Caplan che fa tutt'altro che rimpiangere Isla Fisher e un Daniel Radcliffe che fa di tutto, pure farsi crescere una barba un po' ridicola e che pare finta, per evitare di assomigliare a Harry Potter o a Elijah Wood.

È negli scambi tra i protagonisti del gruppo, nei battibecchi leggeri e nelle parole lanciate come carte da un Cavaliere all'altro, e in qualche scena movimentata che sostituisce i gesti alle parole (su tutte, quella il furto del chip) che il nuovo regista John Chu riesce a far ingranare al meglio Now You See Me 2: perché come ogni gioco di prestigio, anche nel film tutto funziona meglio quando si porta l'attenzione di chi guarda verso il superfluo. Verso l'illusione.
Per lo stesso motivo, al contrario, Chu e il suo film s'incartano e si fanno un po' goffi quando vogliono accumulare un colpo di scena dietro l'altro, un'illusione dietro l'altra, senza che a reggere il gioco ci sia una sceneggiatura in grado di sostenere tutto con la logica e con l'agilità.

E l'agilità manca anche nel potrare avanti l'altro pilastro tematico del film, assieme alla giustizia sociale: quello dei padri e dei figli e delle vendette dei secondi nel nome dei primi, portate avanti tanto dal Dylan di Ruffalo quanto dal personaggio di Radcliffe, e entrambe destinate a un esito tanto beffardo quanto scontato.
Lì si fissa il trucco, il meccanismo, e non l'illusione. E ci si annoia un po', perché a lungo andare la ripetizione di uno schema diventa prevedibile. Magari non per Dylan e i Cavalieri, che alla fine “il prestigio” lo portano a casa, ma per Chu e Now You See Me 2, sì.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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