La recensione di Noi due sconosciuti, dramma diretto da Susanne Bier

11 giugno 2008

Che realizzi film in patria o sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico, per Susanne Bier cambia poco. Lo stile, le tematiche e le caratteristiche del suo cinema rimangono sostanzialmente le stesse, forse con un pizzico d’ambizione di compiacimento in più. Ma il problema non è tanto quello, quanto proprio l'immutabilità di uno stile alqu...

La recensione di Noi due sconosciuti, dramma diretto da Susanne Bier

Noi due sconosciuti - la recensione

Susanne Bier è esponente di quella scuola di cinema scandinavo che ha estremizzato alcune tendenze di origine bergmaniana, specializzata in film che fanno del melò familiare il veicolo per indagini socio-psicologiche che passano spesso per separazioni, traumi, dolori di varia natura.

Non sorprende più di tanto quindi che per il film che segna il suo debutto in una produzione statunitense, la regista danese abbia tradotto oltreoceano la sua sensibilità in maniera praticamente letterale, trovando terreno fertile in quel territorio da “cinema del dolore” che tanto (troppo) spesso Hollywood ci sta rifilando.

Noi due sconosciuti ripropone infatti in maniera quasi pedissequa lo stile e le tematiche delle produzioni danesi sulle quali la Bier ha costruito la sua fama, lasciando al contempo poco spazio alle esigenze spettacolar-divistiche del cinema americano.
Ma se questo è senza dubbio un merito, va parimenti segnalato come la regista non si sia nemmeno liberata da quelli che sono i difetti più evidenti del suo cinema: difetti che sono sommariamente individuabili in un’eccessiva retorica (per quanto ben mascherata, e questo inganna molti…), in facili eccessi negli accenti melodrammatici del racconto che fanno scivolare le sue storie in un melenso programmatico e fintamente trattenuto.

Sbaglia infatti chi legge Noi due sconosciuti come un film che lavora su sottrazione e distanza, solo perché forse meno “urlato” e “sbandierato” rispetto ad alcuni epigoni a stelle e strisce: la Bier esagera infatti in insistenza, e conferma implicita ne è il formalismo esasperato del film, che si manifesta soprattutto attraverso una ricerca ossessiva e costruita del dettaglio fisico dei corpi e degli oggetti.

Del film, oltre all’interpretazione del sempre esemplare e carismatico Benicio del Toro (pur “costretto” ad eccedere nella rappresentazione del tormento in alcune situazioni, mentre a mio avviso per l’ennesima volta Halle Berry dimostra tutti i suoi limiti interpretativi), rimangono alcuni momenti e dettagli nei rapporti tra i personaggi – e non necessariamente tra i due protagonisti – nei quali la Bier azzecca le dosi tra efficacia empatica e giusta misura.

Purtroppo però annegati in una struttura complessiva caratterizzata da eccessi che hanno il retrogusto agro della furberia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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