Niente da dichiarare? - la recensione del film di Dany Boon

22 settembre 2011
2.5 di 5

Il regista e interprete di Niente da dichiarare vorrebbe confermare che non è vero quanto si pensava prima che facesse Giù al Nord: la commedia in Francia non si gira solo al Sud, ma può emigrare

Niente da dichiarare? -  la recensione del film di Dany Boon

Niente da dichiarare? - la recensione del film di Dany Boon


Più su di Bergues, più a nord del Nord-Pas de Calais, c'è il confine franco-belga e due uomini in divisa. Uno è Dany Boon e l'altro è Benoît Poelvoorde, doganieri, quando ancora c'era la dogana, messi alle strette quando gli tolgono la linea divisoria (Maastricht 1992, cadono le frontiere europee). Corquain e Koorkin diventano terra comune o No man's land (che è anche il locale dove vanno a pranzo ogni giorno). Ruben Vandevoorde integralista belga, cocciuto francofobico, che paralizza il traffico nei pressi della sua postazione, dovrà collaborare con Mathias Ducatel, docile "mangialumache" innamorato della sorella del nemico.

Il regista e interprete di Niente da dichiarare vorrebbe confermare che non è vero quanto si pensava prima che facesse Giù al Nord: la commedia in Francia non si gira solo al Sud, ma può emigrare. L'uomo del dialetto ch'timi, l'uomo che ha permesso a Bisio e Siani di sbancare e salire al settentrione per il sequel, deve superare o pareggiare il successo della storia precedente, ma non ha l'ansia (cosa buona e cattiva insieme). Si tiene stretta la materia di base, quello che divide può unirci, perchè Boon è di certo un osservatore di loro (i francesi), un comico dello sketch quotidiano, un mimo in molti casi. Un costumista, in questa vicenda dove le uniformi fanno quasi tutto.
Diciamo che "niente di sbagliato" nel film di Boon non ci basta, e che le barzellette sui belgi, facilmente paragonabili alle nostre sui carabinieri, sono universali ma non spassose. Il regista però è attento ai caratteri e fedele ad una semplicità che rimane sempre una buona moneta di scambio. Per cui se l'ambientazione retrò dei primi anni '90, niente più frontiere e poca informatica, è pigra e lontana rispetto al moderno divario nord/sud, i protagonisti sono comunque di buon umore.

Meschino e collerico Ruben Vandevoorde, arrendevole il trafficante di droga, arrangiato e troppo loquace il contrabbandiere ristoratore, questo è il colore e la firma di Dany Boon, che si affida invece un ruolo molto poco (pre)potente.
Il regista, e parte mite della coppia in divisa, non ha paura di far sparare il suo antagonista belga, nè di mantenerlo fondamentalmente e bonariamente razzista, però non sostiene questa perdita di innocenza (e crescita registica) con un altrettanto caparbio humor. A conti fatti, la convivenza franco-belga dentro una faticente Renault 4L non abbatte con la stessa genuina immediatezza dello ch'tmi i preconcetti popolari e i confini geografici, la lingua è una barriera solo accennata e i tratti surreali di sedimentati stereotipi svaniscono sotto l'uniforme. Non siamo stanchi di farci beffe dei nostri pregiudizi e debolezze ma questa commedia "ti accoglie tra le braccia senza stringerti" (Dany Boon ci ha detto che è un luogo comune della gente del sud).



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