Nessuno mi può giudicare - la recensione del film

18 marzo 2011
3 di 5

Forte di una robusta formazione televisiva e teatrale e dotata di una buona dose di talento, nonché aiutata da un’amicizia pluridecennale con il regista Massimiliano Bruno, Paola Cortellesi dà un tocco di leggerezza a Nessuno mi può giudicare

Nessuno mi può giudicare - la recensione del film

Nessuno mi può giudicare - la recensione

Che l’Italia avesse due facce e che la solidarietà, il senso dell’amicizia e l’umanità fossero soprattutto dalla parte della gente semplice, degli esclusi e degli emarginati lo aveva già rivendicato Ferzan Ozpetek ne Le fate ignoranti, storia - più triste che allegra - dell’apertura mentale di una donna borghese.
A 10 anni di distanza ci riprova, servendosi della lente deformante della commedia, Massimiliano Bruno, regista di Nessuno mi può giudicare. Attraverso la plausibile disavventura di una nouvelle riche di Roma Nord che per non finire sul lastrico si improvvisa escort, lo sceneggiatore di Fausto Brizzi lascia da parte buonismi e sentimentalismi e, da ragazzo di Pietralata, riflette senza moralismi sul presente di un paese in cui non c’è più tempo per i pregiudizi perché ciò che conta è arrivare alla fine della giornata.
La presa di coscienza di queste mutate condizioni permette  - felicemente! - al film di giustificare il ricorso al mestiere più antico del mondo, togliendo al regista l’imbarazzo di alludere a un’attualità politica che scotta e di cui non vogliamo più sentir parlare.
Risultato non facile, a cui contribuiscono sia una scrittura fresca e innovativa che una protagonista femminile in grado di cambiare continuamente registro e di fare dell’autoironia e della goffaggine le proprie carte vincenti.

Forte di una robusta formazione televisiva e teatrale e dotata di una buona dose di talento, nonché aiutata da un’amicizia pluridecennale con Massimiliano Bruno, Paola Cortellesi dà un tocco di leggerezza in più al film, dimostrando al “pubblico bue” che una donna può far ridere anche quando è bella e sexy. Proprio come faceva Monica Vitti.
Eppure, questa versatilità dell’interprete principale non sempre rende giustizia a Nessuno mi può giudicare, perché se l’evoluzione del personaggio in termini di tolleranza e profondità interiore è plausibile (i guai non aiutano forse a crescere?), viceversa è poco probabile che una donna che inizialmente parla come la Simona Marchini delle trasmissioni di Arbore lasci di colpo da parte il romanesco e il birignao man mano che la sua vita di trasforma in un viaggio all’inferno, tanto più se viene inserita in un milieu popolare.
Diverso il caso del personaggio di Raoul Bova, che non solo non si snatura, ma offre a colui che lo impersona l’opportunità di raggiungere - in scena - la verità, proprio come era successo ne La nostra vita di Daniele Luchetti. Bova, insomma, dà il meglio di sé quando non è costretto a sparare o a fare il romatic-lead nelle commedie sofisticate, ed è bene che i nostri registi se ne accorgano.

Quanto ai vari comprimari, se la cavano tutti egregiamente, perché si conoscono da tempo e da tempo conoscono colui che li ha diretti, anche se alcuni di loro – da Rocco Papaleo a Riccardo Rossi, da Caterina Guzzanti al fantastico Hassani Shapi – continuano ad interpretare sempre lo stesso ruolo. In un certo senso, però, è rassicurante vederli così a loro agio in situazioni e tirate piuttosto riconoscibili, così come è rassicurante che dopo tante peripezie arrivi l’agognato lieto fine: è il genere che lo richiede e chi va a vedere una commedia sentimentale, si aspetta e desidera prepotentemente che l’amore trionfi.
Ma attenzione: in Nessuno mi può giudicare c’è anche l’amarezza (quella di un bambino che non ha più il papà o di una “Irma la dolce” dei giorni nostri che non trova il suo Jack Lemmon): qualche battuta in meno, una nota stonata, un po’ di rabbia in più ce ne avrebbero dato una maggiore consapevolezza.
 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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