Nemico pubblico, la recensione del nuovo film di Michael Mann

04 novembre 2009

Un film barocco e ruvido per un regista capace di essere al tempo stesso classico e sperimentatore. Nemico pubblico mescola la verità grezza del digitale con una ricostruzione storica impressionante: il risultato può forse stridere, ma di sicuro non lasciare indifferenti.

Nemico pubblico, la recensione del nuovo film di Michael Mann

Nemico pubblico - la recensione

Si può realizzare un film da 100 milioni di dollari di budget e farne un’opera sperimentale? A quanto pare si, visto che con Nemico pubblico Michael Mann c’è riuscito.

Continuando il suo discorso di ricerca stilistica sulla definizione del digitale, iniziato “ufficialmente” con Collateral e continuato poi con Miami Vice, il regista questa volta si trova di fronte ad una sfida ancor più impegnativa: il cosiddetto “period movie”. Perfezionista fino all’eccesso, Mann ricostruisce i primi anni ’30 della Grande Depressione americana sfruttando le magnifiche scenografie di Nathan Crowley, che pur presentandosi come estremamente eleganti sono al contempo anche notevolmente stilizzate, semplici, e restituiscono tutta la povertà e le contraddizioni sociali dell’epoca. Basta vedere ad esempio la primissima scena di Nemico pubblico ambientata nel carcere, scarna nell’ambientazione circostante alla struttura correttiva eppure precisissima nella ricostruzione.

Di fronte all’importanza del lavoro su setting, scenografie e costumi, Mann ed il ritrovato Dante Spinotti – non lavoravano insieme da Insider, datato 1999 - propongono una qualità della visione sporca, in molti momenti sovraesposta, che restituisce a tratti un realismo esasperante. L’effetto provocato può senza dubbio essere straniante, eppure la capacità di Mann di costruire immagini eleganti soprattutto nei momenti di passaggio della storia rendono Nemico pubblico un film di grandissimo impatto estetico, anche nelle sue volute imperfezioni visive.

Il discorso tematico che questo lungometraggio propone agli spettatori è poi quello ammirato della maggior parte della filmografia di Michael Mann: due gruppi di uomini schierati l’uno contro l’altro, ognuno con un senso dell’onore e di appartenenza preciso. Ricordiamo Heat – La sfida più di ogni altro, ma in qualche modo anche i microuniversi tutti maschili delineati in Insider, Alì o Miami Vice. Questa volta però il confronto tra i tutori della legge ed il “wild bunch” di criminali assume un connotato metaforico decisamente più elevato rispetto al passato: in filigrana il discorso portante di Nemico pubblico è che il sistema che vuole mantenere lo status quo, e che quindi rappresenta il potere vigente, possiede una potenza di mezzi capace di sovrastare l’anarchia e l’utopia del singolo, anche quando queste sono più vicine alle tensioni ed all’immaginario popolare.

In questo modo va ad esempio inquadrata la straordinaria scena di presentazione del personaggio di Melvin Purvis/Christian Bale, battuta di caccia all’uomo che esprime in pieno tutta la violenza ed il cinismo dell’istituzione preposta a sconfiggere l’ondata di crimine del periodo. La progressione drammatica con cui i meccanismi di indagine e di azione dell’F.B.I. riescono progressivamente a sgominare la banda di criminali capitanata da John Dillinger ha il sapore amaro dell’ineluttabilità. Sotto questo punto di vista Nemico pubblico è forse il lungometraggio più pessimista di Michael Mann, in quanto mette in scena un eroe che pian piano viene derubato della sua forza, disilluso nei suoi ideali, emarginato come cellula impazzita che si muove all’interno di un contesto in cui l’ordine deve essere esplicitamente mantenuto, soprattutto per consentire il controllo sociale su un popolo oppresso dalla povertà.

Un altro punto a favore di Nemico pubblico è poi Johnny Depp, che disegna un John Dillinger stilizzato e tagliente, in virtù non tanto delle sue comunque notevoli doti d’attore quanto piuttosto di un carisma e di una presenza scenica che ormai sembrano bastare da sole per regalare alla star grandi interpretazioni. Depp, secondo le direttive precise con cui Mann costruisce i propri personaggi, diventa a tutti gli effetti il “tough guy” come il suo ruolo richiede, ed allo stesso tempo riesce a lavorare in sottrazione, a costruire una psicologia complessa e dolorosa senza mai diventare esplicitamente melodrammatica.

Volutamente grezzo, o meglio non semplicisticamente rifinito, il nuovo Nemico pubblico di Michael Mann è un’opera dalla potenza espressiva degna dei grandi film d’altri tempi: la grandezza di questo cineasta è quella di portare avanti un’idea di cinema totalmente classica, che trova la sua specificità nel lavoro interno all’inquadratura, e la tramuta in un discorso sull’immagine che si rivela invece radicalmente contemporaneo, anche quando si rischia di non andare incontro alle esigenze del pubblico odierno, sempre più orientato verso la spettacolarizzazione gratuita del mezzo-cinema. Nemico pubblico è invece un’epopea cadenzata che riflette sul rapporto tra individuo e sistema sociale con nessuna concezione all’effetto fine a se stesso, tutt’altro: è nel contrasto tra la verità cinematografica “altra” del suo digitale esplicito e la perfezione della ricostruzione storica del film che Mann trova una nuova energia barocca, quasi primordiale.

Non dunque cinema come semplice spettacolo, ma forza, stilizzazione dell’immagine come principale, scarno e poderoso mezzo di racconto. Michael Mann si conferma il più importante regista (non “autore”, sia ben chiaro) americano, e Nemico pubblico sotto molti aspetti è il suo lavoro più personale e coraggioso.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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