Nella casa - la recensione del film di François Ozon

17 aprile 2013
2.5 di 5

Da sempre quello di François Ozon è un cinema-congegno. I suoi film studiatissimi e misuratissimi meccanismi mirati all’intrattenimento e alla sollecitazione maliziosa e pruriginosa...

Nella casa - la recensione del film di François Ozon

Da sempre quello di François Ozon è un cinema-congegno. I suoi film studiatissimi e misuratissimi meccanismi mirati all’intrattenimento e alla sollecitazione maliziosa e pruriginosa, che erode superficialmente e con dolcezza la buona coscienza borghese senza mai realmente intaccarla nella sua struttura profonda.
Tendenza, questa, che negli ultimi anni è andata via via facendosi più chiara ed esplicita, e che trova in quest’ultimo Nella casa la sua espressione massima e più narcisista.

Quello interpretato da Fabrice Luchini, che torna sul set del connazionale dopo Potiche, è infatti un film che, per trama e caratteristiche, riesce a sintetizzare e amplificare la voglia di Ozon di mettere in scena una storia e una struttura che risultino immacolate e impeccabili, acide e divertenti, spiazzanti e coinvolgenti.
Il francese circuisce il suo spettatore, lo invita con garbo all’abbandono ma è attento a non far mancare le sorprese e le stimolazioni che tengano viva l’attenzione, e mira a renderlo partecipe in uno studiatissimo e millimetrico gioco di specchi per il quale le costruzioni narrative e i ragionamento voyeuristici interni al film - quelli che riguardano il continuo gioco di rimandi tra il professore di francese di Luchini, il suo giovane e talentuoso studente e la famiglia del compagno di classe di cui il ragazzo dalla penna fatata scrive – finiscono con l’uscire dal rettagolo dello schermo e coinvolgere anche chi guarda da un lato e il regista stesso dall’altro.

Un gran film, quindi, questo Nella casa?
No, purtroppo no. Un film ortograficamente e grammaticamente impeccabile, quello sì, ma che allo stesso tempo è drammaticamente e drammaturgicamente penalizzato dalla sua fredda e inconcludente graziosità .
Ozon, storicamente lezioso, qui lo è all’inverosimile, ancor più che nel precendente Potiche (del quale, oltre a Luchini, eredita anche la scanzonatezza blasé dell’umorismo), e pensa che basti chiamare sul set Emmanuelle Seigner per donare a Nella casa le tensioni destabilizzanti e ansiogene dei thriller polanskiani. Cita sé stesso richiamando dialettiche tra personaggi che aveva, con maggior fortuna, evocato in Swimming Pool, senza avere non solo un corpo e un personaggio realmente provocatorio e disgregante come quello di Ludivine Sagnier ma nemmeno la stessa forza iconoclasta, limitandosi a provocazioni (sessuali e non) ironiche o all’acqua di rose.

Ma, soprattutto, il regista s’immedesima a tal punto nel suo protagonista più giovane, gode talmente tanto nello strutturare il processo della narrazione, che dimentica di dargli una direzione e una funzione.
Come imperscrutabili sono le logiche del giovane Claude, così rimangono misteriosi gli esiti e fini di Ozon, che pare semplicemente accontentarsi del moto perpetuo che, in maniera piuttosto banale, è garatito dalla sottolineatura finale per la quale ognuno, nella vita, è una storia e una narrazione, un attore, uno spettatore, un voyeur. Languido, decadente e compiaciuto del nulla.
Come Nella casa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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