My son My son what have ye done, recensione del film di Werner Herzog

09 settembre 2010

My son My son what have ye done, recensione del film di Werner Herzog

My son My son what have ye done, recensione del film di Werner Herzog

My son My son what have ye done, recensione del film di Werner Herzog


Nel lindo, tranquillo sobborgo di San Diego, Brad, un giovane ex attore di San Diego, dopo aver ucciso la madre con una spada, si barrica in casa con degli ostaggi che nessuno ha visto. Quando arriva sul posto la polizia, il detective Havenhurst ascolta le testimonianze della fidanzata e dell’insegnante di recitazione del giovane, nel tentativo di comprendere con chi ha a che fare, e di convincerlo ad arrendersi pacificamente.

Il percorso creativo di Werner Herzog, un individuo che ha sempre vissuto in un mondo parallelo a quello degli altri registi e di noi comuni mortali, è decisamente impossibile da incasellare, ma chi lo segue dagli esordi ne ha sempre apprezzato la coerenza interna e la fedeltà alla propria poetica. Questo non significa che la riuscita dei suoi ultimi film sia paragonabile a quella di pietre miliari del cinema come Aguirre Furore di Dio, Nosferatu, Woyzeck, L’enigma di Kaspar Hauser e La ballata di Stroszeck, per citare solo alcuni dei suoi freddi e assoluti capolavori.

Autore di stranianti, poetici documentari e di lungometraggi che esplorano con lucida comprensione la paranoia e la follia dell’individuo diverso che tenta titaniche imprese (e in fondo sono gli altri, la società e le istituzioni, i veri alienati), Herzog lotta da alcuni anni contro una crisi di ispirazione che gli deriva – forse – dal non aver mai trovato i sostituti di Bruno S. e Klaus Kinski, due attori istintivi in grado di dare vita con l’anima e col corpo agli antieroi del suo cinema. Ciononostante, al contrario di altri suoi colleghi, è rimasto un beniamino della critica.

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era uno dei suoi due film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia dello scorso anno, assieme al non remake Il cattivo tenente. Ultima chiamata New Orleans. Alle prese con un attore hollywoodiano come Nicolas Cage, a nostro parere Herzog riusciva nel suo intento di coniugare un cinema di genere - e almeno nelle intenzioni – mainstream e convenzionale, con la propria bizzarra visione. Nel film prodotto da David Lynch, invece, l’impresa è più difficile e il risultato ne risente. Michael Shannon, ottimo attore, non ha la necessaria intensità richiesta dal ruolo: la sua follia è tanto evidente e recitata quanto poco affascinante e toccante. E nonostante Lynch non abbia minimamente partecipato, a detta di Herzog, al processo creativo, non si riesce a liberarsi dalla sensazione che questo film appartenga più a lui che al regista. La presenza di Grace Zabriskie nel ruolo della madre castratrice, e l’utilizzo che viene fatto del suo volto nelle scene clou del film, contribuiscono naturalmente a questa “illusione ottica”, così come le atmosfere che ricordano a tratti quelle di INLAND EMPIRE.

Come tutti sanno, la storia è ispirata molto liberamente a quella di Mark Yavorsky, brillante studente, attore e giocatore di baseball, che nel 1979 uccise la madre con una spada, come nell’Orestea di Eschilo che aveva interpretato a teatro. L’uomo è morto di recente, ma Herzog ha fatto in tempo a incontrarlo, restandone a suo dire spaventato. Per questo, al di là dei fatti di base, ha scelto di raccontare poco o niente di lui. E per questo ci aspettavamo che, appropriandosi della storia, ne desse una rappresentazione personale ed originale. Ma qualcosa manca.

Il film ha immagini e momenti straordinari, come quello in cui i tre personaggi – Grace Zabriskie, Chloe Sevigny e Michael Shannon – restano come congelati in un freeze-frame solo apparente, e si muovono in modo quasi impercettibile: tre pupazzi umani in balia di un deus ex-machina impazzito. Ma a non convincerci sono la verbosità del tutto, le lunghe parti dedicate al teatro, l’interpretazione di un Willem Dafoe sottoutilizzato e quella di un Udo Kier che non ha niente della sulfurea fascinazione dei suoi personaggi per Fassbinder o per Von Trier. Al loro posto avrebbero potuto esserci anche altri attori, senza che il risultato cambiasse. E se ci sono piaciuti i fenicotteri rosa, ci hanno fatto anche pensare con nostalgia ai Pink Flamingos del John Waters più iconoclasta. Forse l’intento di Herzog nell’affrontare questa storia era proprio quello di dimostrare allo spettatore che un cinema come quello degli anni Settanta non è più possibile. E che negli anni 2000 le tragedie, i delitti e le pene degli uomini possono giungere sul grande schermo solo attutite, senza sangue e senza grida. Vera o speranzosa che sia, questa lettura ci riconsegna il Werner Herzog da cui ci aspettiamo ancora molto, e che in quasi cinquant’anni di cinema è diventato – suo malgrado? - protagonista di un mistero che coinvolge anche i suoi film, capace com’è di dare anche a una palla da basket, lasciata in eredità al futuro tra i rami di un albero, il valore di immagine simbolica, capace di farci pensare.




  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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