My Old Lady - la recensione del film con Kevin Kline e Maggie Smith

19 novembre 2014
2.5 di 5
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L'esordio cinematografico di un commediografo veterano

My Old Lady - la recensione del film con Kevin Kline e Maggie Smith

Da New York il sessantenne Mathias Gold arriva a Parigi, dove ha ereditato una casa dal detestato defunto padre. Potrebbe essere la svolta economica di cui ha disperato bisogno: è al verde e l'abitazione su più piani è in pieno centro di Parigi. Problema: la casa è abitata dalla novantenne Mathilde, che la vendette anni addietro a suo padre a rate, in cambio del diritto di non lasciarla fino a sopravvenuta morte. Non solo Mathias avrebbe quindi mille difficoltà a venderla, ma si trova anche a dover finire di pagarla, mentre la coinquilina figlia di Mathilde, Chloè, già lo detesta.

Leggendo la trama di My Old Lady, verrebbe da pensare a una commedia sentimentale hollywoodiana ultraclassica, e in effetti la sua impalcatura la rispetterebbe appieno, tuttavia l'origine del lavoro è teatrale: il film è infatti il debutto alla regia cinematografica dell'ultrasettantenne commediografo Israel Horovitz, che ha adattato una sua piece. Al di là degli spazi angusti in cui si muove il racconto, e che denunciano la matrice d'origine, la dimensione teatrale si rivede anche nei pregi: un lavoro intenso sugli attori, chiamati a veicolare i temi nei tanti dialoghi e primi piani. Maggie Smith e Kristin Scott-Thomas sono madre e figlia in modo misurato, mentre forse il regista lascia il bravo Kevin Kline un po' troppo a briglia sciolta, anche se l'attore nel climax è all'altezza della sua lunga carriera.

A conti fatti però My Old Lady non convince molto, perché la prevedibilità della vicenda e gli stereotipi folkloristici (Senna, la magia di Parigi...), specialmente nella seconda metà, stridono con l'evidente ambizione di volerli superare. Il tema trattato, cioè quello delle responsabilità sottese alla ricerca di una libertà sentimentale, è molto ben definito e reso con una drammaticità che non ci si aspetterebbe dalla confezione: lo si capisce anche dallo sviluppo ambiguo del personaggio dell'anziana Mathilde. La sensazione però è che, per farci accettare la sua medicina amara, Horovitz non sia riuscito a dosare le sue zollette di zucchero compensative. Alla fine il sapore è, più che agrodolce, indeciso.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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