Mud - la recensione del film di Jeff Nichols

26 maggio 2012
3.5 di 5

Gli ingredienti delle storie più classiche di coming-of-age, Mud, li ha tutti.


Gli ingredienti delle storie più classiche di coming-of-age, Mud, li ha tutti.
Il terzo film di Jeff Nichols offre infatti due protagonisti 14enni, un’estate, un paesaggio rurale, un uomo misterioso e una missione da compiere in segreto. Il rapporto con l’età adulta, i suoi miti e le sue disillusioni. Con l’amore, quello idealizzato e quello, spesso doloroso, della realtà.
Eppure, Mud è tutt’altro che derivativo.

Adagiandosi senza mollezza ma anzi con dialettica costante e metaforica sulla natura aspra del profondo sud statunitense (le rive del Mississippi sponda Arkansas), Jeff Nichols racconta una storia di grande semplicità ma capace di profondo impatto.
Muovendosi lento ma forte e inesorabile come il fiume che fotografa, a Mud bastano poche scene per far entrare lo spettatore nel film e nelle teste dei giovani protagonisti, ex bambini alla soglia dell’età adulta abituati a badare a sé stessi ma sopraffatti dall’incontro con l’insolito e l’affascinante.

Certo, il merito anche delle interpretazioni degli attori (Tye Sheridan e Jacob Lofland, assieme ad un efficacissimo Matthew McConaughey), ma a Nichols bisogna riconoscere il merito fondamentale di aver azzeccato praticamente tutti i toni necessari e di aver costruito senza inutili sovrastrutture un cammino emotivo ed esistenziale che mette al centro la parola amore, in tutte le sue possibili accezioni.

Per Ellis, che del film è il vero protagonista, l’incontro con il personaggio di McCounaghey e l’immediata empatia con la sua peripezia sentimentale e criminale per passione avviene in un momento topico, per il quale si andrà a scontrare con il crollo di un’illusione plausibile (la fine del matrimonio dei genitori e la prospettiva della perdita di una casa e di un mondi) e una prospettiva implausibile (il coronamento di un sogno d’amore con una ragazzina più grande di lui).

La scommessa di Ellis, allora, non nasce solo dalla comprensibile fascinazione di un non-più-bambino per l’adulto carismatico e selvaggio che gli regala amicizia e avventura, ma dall’investimento simbolico fatto in qualcuno che per amore appare disposto a far di tutto. E, di conseguenza, il suo percorso di maturazione (così come quello speculare del suo modello) dovrà culminare con il catastrofico momento di sintesi di queste pulsioni, con l’umanizzazione del mito e la messa in prospettiva di persone e sentimenti.
Sentimenti non solo tradizionalmente amorosi, visto che centrale, nel racconto di Mud, è ancor di più anche il legame tra i personaggi maschili: quello amicale così come quello paterno-filiale in declinazioni non necessariamente biologiche.

Non è un capolavoro, Mud, e non è nemmeno un grande film.
Ma è un film capace di un tocco di delicatezza non comune, nel quale sono la semplicità diretta del racconto e la sua inusuale e schietta onestà a spingere a un coinvolgimento che, nel finale, può arrivare ad assumere la forma della commozione.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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