Motel - la recensione del thriller-noir con John Cusack e Robert De Niro

23 febbraio 2015
1.5 di 5
6

Si guarda alla tragedia greca, ci s'impantana nelle paludi della Louisiana.

Motel - la recensione del thriller-noir con John Cusack e Robert De Niro

Più che un motel, una casa di riposo per vecchie glorie cinematografiche in disarmo. Perché non solo per John Cusack e Robert De Niro, ma anche per personaggi di contorno come Crispin Glover, il film diretto dall'esordiente David Grovic (che tiene a far sapere quanto abbia da sempre bazzicato la créme di Hollywood) è il più esemplare dei lavori scelti per ragioni alimentari.

Nonostante il regista ami tirare in ballo la tragedia greca, Motel è infatti un guazzabuglio contenente un'infinità di stereotipi (e spesso non i migliori) del cinema thriller e neo-noir statunitense, con De Niro a fare da mefistofelico boss della malavita che offre al killer dimesso ma dal cuore tenero Cusack un lavoro che non può rifiutare. Un lavoro che è una prova, una complessa macchinazione per testarne capacità e fedeltà nel corso del quale il protagonista di nero vestito accumulerà cadaveri e s'imbatterà nella ficozza di turno, della quale dovrà capire se fidarsi o meno.

Tutto inchiavato nel lurido albergo del titolo, e ambientato nella solita, sudaticcia Louisiana (che è diventata un po' la Puglia del cinema americano), Motel satura i colori, leviga la fotografia e tenta il funambolismo, l'equilibrio tra tensione e  umorismo, attraverso il flirt con l'assurdo e il bizzarro: un gestore in sedia a rotelle (della mamma) che sembra Tom Cruise in Nato il quattro luglio, una prostituta dai capelli blu, poliziotti sadici, un pappone con la benda sull'occhio e il suo tirapiedi nano russo: anzi, serbo-rom.
Per tentare un'operazione del genere, bisogna essere molto bravi, o molto auto-ironici, e Grovic (che non è solo regista ma anche co-sceneggiatore) non sembra né l'una né l'altra cosa.

Mentre Cusack si muove inerzialmente, col pilota automatico di un mestiere consolidatoe un po' buttato via, e la brasiliana Rebecca Da Costa sporge labbra, tette e concede al massimo una chiappa tatuata, Motel si srotola lento e ripetitivo davanti ai nostri occhi, con poche scintille d'azione e ironia, e molti déjà vu, finendo con l'impantanarsi nelle sabbie mobili delle proprie ambizioni per il troppo accumulare.

Si arriva quindi un po' stanchi e distratti al "gran finale" in cui a un De Niro al nadir della sua carriera non si è negato il monologo a effetto vagamente tarantiniano, colmo di paroloni e quelle citazioni "colte" che negli States sembran così erudite, e si cita goffamente Seven. E non si rimane per nulla sorpresi nel controfinale che riconferma, in ogni caso, come amor vincit omnia.
108 minuti per un bacio, e pure girato male.


 
 

Motel
Il trailer italiano del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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