Mosul: recensione del film di guerra prodotto dai fratelli Russo sulla lotta di liberazione dall'ISIS

02 dicembre 2020
3.5 di 5
6

Produzione americana, Netflix Original attraverso i fratelli Russo della Marvel, ma recitato tutto in arabo, Mosul è ispirato a una storia vera e racconta la disperata lotta per la liberazione dall'ISIS e la vendetta da parte di un gruppo di poliziotti di élite iracheni.

Mosul: recensione del film di guerra prodotto dai fratelli Russo sulla lotta di liberazione dall'ISIS

Mosul. Il nome moderno dell’antica città di Ninive, mitica capitale dell’impero assiro sulle rive del Tigri. Negli ultimi anni, però, la terza città dell’Iraq è diventata tristemente nota per essere stata occupata per tre anni, dal 2014 al 2017, dal’ISIS, lo stato islamico, prima di essere riconquistata con una feroce battaglia di logoramento durata un anno, strada per strada. Un periodo in cui “gli stranieri” hanno distrutto moschee secolari e le mura della biblica Ninive, fra le altre cose, oltre ai manoscritti della biblioteca, una delle più importanti e antiche del paese.

Prendendo spunto da un lungo reportage del New Yorker, The Desperate Battle to Destroy ISIS, l’esordiente alla regia Matthew Michael Carnahan, ha raccontato in Mosul la storia di una unità di polizia Swat della provincia di Ninive. Sceneggiatore con esperienza di cinema fra guerra e politica internazionale, da The Kingdom a State of Play, Carnahan ha coinvolto i fratelli Russo, proprio quelli degli Avenger targati Marvel Comics, per produrre un’altra storia di un gruppo di coraggiosi pronti a tutto per liberare la propria città, e vendicarsi per le tragedie subite. La vendetta è proprio il tema, forse l'unico, che avvicina questo action etico, realistico e inquietante, con il classico cinema di guerra hollywoodiano. Per il resto si distingue non poco, a partire dalla scelta di girare in arabo, con un cast quindi ben poco noto a un pubblico occidentale e un rispetto per la specificità di una storia ambientata nel nord dell'Iraq.

Gli swat locali sono un’unità di élite di polizia, coinvolta nella guerra di liberazione contro Daesh, particolarmente motivata per il fatto ci combattere per la propria realtà, le proprie strade, e per aver subito, proprio per questo, ferite e lutti terribili da parte dell’organizzazione jihadista. Kawa è un giovane poco più che ventenne, appena scampato da un violento scontro a fuoco ravvicinato contro gli occupanti grazie all’intervento della Swat, che ha la fama di essere costituita da spietati battitori liberi, unico caso in cui i combattenti dell’ISIS non cercano neanche di convertirli, quando ne catturano qualche loro membro, ma li uccidono sul posto. Kawa ha appena perso lo zio, e proprio per questo il maggiore Jassem, a capo del team Swat che lo salva, se lo porta con sé, in una ristretta sporca dozzina di combattenti motivati dalla voglia di liberare Mosul e uniti dalla perdita di qualcuno di caro.

Il film mette in primo piano queste persone, lontane per età, esperienza e carattere. Raccontandoli, Carnahan cerca di evitare il più possibile i luoghi comuni dell’eroe senza macchia, si sporca le mani e racconta con realismo le dinamiche inumane e mai nobilitanti di un conflitto vissuto in prima fila. Quelle in cui si uniscono esigenze dei professionisti della guerra, apolidi buoni per ogni conflitto, e delle vittime principali, quelle che si vedono distruggere la propria casa e sterminare la propria famiglia. “Nicotina e armi tengono unito il mondo”, come dice un ufficiale iraniano, inopinatamente in città.

Fra terrazzi e cecchini, vicoli angusti e macerie che rendono irriconoscibile la città, Mosul è un viaggio pieno di tensione e azione, che non perde però mai di vista il cuore e l’anima compromessa, eppure sempre palpitante, dei protagonisti di questa storia poco conosciuta. Una storia di chi pensa alla ricostruzione, a come tornare a far splendere la propria città, al contrario di alleati più o meno presunti come gli americani, “abbiamo superato quella fase, pensano solo a distruggere tutto, a loro che gli frega di quello che sarà poi di Mosul e dell’Iraq”.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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