Mortdecai - la recensione della commedia con Johnny Depp

16 febbraio 2015
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Da un cult della letteratura inglese degli anni Settanta il nuovo film dell'attore americano diretto da David Koepp.

Mortdecai - la recensione della commedia con Johnny Depp

Prima di Mortdecai – il film – c'era un bizzarro personaggio autentico, figlio di un italosloveno e di un'inglese, dal nome improbabile ma vero di Kyril Bonfiglioli: mercante d'arte, direttore della rivista Science Fantasy, innamorato delle donne e della bottiglia (un amore che lo portò alla morte a 68 anni) e autore tra il 1973 e il 1978 di una trilogia di romanzi (più un quarto postumo nel 1999 completato da Craig Brown) di spionaggio/comici/thriller, incentrati sul personaggio di Charlie Mortdecai.

Questo antieroe very British come James Bond, nobile e possidente  con problemi di liquidità, mercante d'arte all'occorrenza ladro, e il suo rozzo tirapiedi Jock, sono un po'  lo specchio oscuro dei noti personaggi creati da P. G. Wodehouse, Woster col suo irreprensibile maggiordomo Jeeves.

Col loro mix di strano e forbito linguaggio, citazioni letterarie, umorismo e violenza hard-boiled, i libri di Bonfiglioli diventarono un successo in tutto il mondo prima di essere più o meno dimenticati da tutti, con l'eccezione di alcune note personalità, come Stephen Fry e Hugh Laurie (che lo ricorda nel suo romanzo "Il venditore di armi".

Charlie Mortdecai arriva oggi sul grande schermo grazie agli americani. A portarcelo è Johnny Depp, anche in veste di produttore, con lo sceneggiatore Eric Aronson e il regista David Koepp, che aveva già diretto l'attore in Secret Window. Ne viene fuori un ibrido tra romanzi (la trama di base è tratta dal primo, mentre la storia del baffo appartiene all’ultimo, così come la presenza femminile), ma anche tra culture e idee di cinema, in un guazzabuglio bizzarro ma non privo di pregi.

Non conosciamo i motivi per cui Depp sia caduto in disgrazia in America, ma poco importa se sia per le sue apparizioni ubriaco sul red carpet o l’abbandono della compagna francese e il ritorno nella peccaminosa Los Angeles (con tanto di matrimonio con un’attrice bisex che ha la metà dei suoi anni). Fatto sta che in questo caso viene rispettato il classico assioma hollywoodiano secondo il quale un attore o regista vale quanto l’incasso dei suoi ultimi due film al box office, dopo di che viene considerato “veleno al botteghino”. A noi europei, di queste considerazioni, ben poco interessa. L’attore ci era piaciuto e ci aveva divertito in The Lone Ranger e mentre aspettiamo di vederlo in Into The Woods e Black Mass continua a piacerci anche in questo ruolo, in cui esagera come  richiesto dal personaggio, adattandosi benissimo al diverso accento e al linguaggio di cui dicevamo prima (effetto che ovviamente si perde nella versione doppiata).

La sua predilezione per i personaggi eccentrici è nota a tutti, e Mortdecai non fa eccezione. Si vede che lo interpreta con passione e divertimento, così come Paul Bettany, forse il più in parte nel ruolo di Jock. Se non tutto fila liscio, in un film che ha comunque dei momenti divertenti, è che i tanti elementi in gioco non sempre si sposano alla perfezione. Aronson fa di Mortdecai un misto tra l’ispettore Clouseau e Poirot tenendo anche conto della lezione di Lemony Snicket, inserisce il personaggio di Gwyneth Paltrow, toglie sgradevolezza all’agente Martland di Ewan McGregor e trasforma in figlia la moglie ninfomane del miliardario americano (Jeff Goldblum, ultimamente richiestissimo per ruoli cammeo).

Resta comunque, contro tutto e tutti, la performance quasi slapstick di un attore tanto amato che arricchisce di un altro esotico personaggio la galleria dei suoi oltre 30 anni di carriera, un interprete che non si è mai fossilizzato sulla propria immagine di bello, ma ha sempre dimostrato anticonformismo e voglia di prendersi in giro.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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