Moonrise Kingdom - la recensione del nuovo film di Wes Anderson

16 maggio 2012
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Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su di una partitura squisitamente andersoniana: una variazione ricca di personalità e nella quale una fuga, letterale e figurata, regala nuove angolazioni e nuove prospettive al cinema dell’americano.

Moonrise Kingdom - la recensione del nuovo film di Wes Anderson

Nell’incipit del nuovo film di Wes Anderson, i figli della coppia interpretata da Bill Murray e Frances McDormand si incantano nell’ascolto di un disco che spiega e destruttura una composizione sinfonica, ne illustra le parti, spiega fughe e variazioni.
Ecco, Moonrise Kingdom è l’ennesima variazione d’autore su di una partitura squisitamente andersoniana: una variazione ricca di personalità e nella quale una fuga, letterale e figurata, regala nuove angolazioni e nuove prospettive al cinema dell’americano.
Se Anderson torna a parlare di famiglie, padri e amori (im)possibili, lo fa con rinnovato entusiasmo e con uno stile niente affatto cristallizzato. Perché persino dai tipici carrelli iniziali che regalano il noto effetto casa di bambola, dalle inquadrature piatte e simmetriche che lo hanno sempre caratterizzato, si capisce che il regista ha cercato in Moonrise Kingdom la sua personale Nuovelle Vague. Asciugando, essenzializzando i suoi marchi di fabbrica, che si tratti di scelte visive o di sceneggiatura: anche i colori pastello delle sue immagini e dei suoi costumi, solitamente sgargianti e vivaci, sono stati smorzati e ammorbiditi, per adeguarsi alla nuova sintesi del loro autore.

In questo contesto più soffuso, come ammantato dalla foschia che circonda l’isola immaginaria del New England che è teatro delle vicende, ecco che dalla sintesi e dall’essenzialità nasce una storia tra le più emotivamente intense e coinvolgenti mai raccontate da Wes Anderson.
La fuga d’amore di Sam e Suzy, con tutto il suo precipitato su un mondo adulto che non li aveva mai realmente compresi e accettati nella loro differenza, viene affrescata in Moonrise Kingdom con pennellate lievi e delicate nel tocco ma serenamente dirompenti nel risultato. Quello dei due giovani protagonisti (Kara Hayward e Jared Gilman, splendidi nuovi visi scovati dal regista) è un amore squisitamente nouvellevaguiano, ingenuamente fou come solo quello tra due 12enni può riuscire ad essere, tra imbarazzi e idealismi, infantilità e pulsioni adulte.
E lo scompiglio che creano negli adulti è quello di qualcuno che, obbligando a ritrovare, costringe anche a ritrovarsi.

Era dai tempi diStand By Me, probabilmente, che il cinema mainstream non raccontava con tanta grazia ed efficacia il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, l’affacciarsi alla vita adulta.  E come in quel caso, anche se le situazioni lunari e l’umorismo obliquo e surreale di Anderson giungono sempre a stemperare l’eccesso di sentimento, la commozione è inevitabile per gli animi sufficientemente sensibili.
Tutt’altro che spensierato, nonostante le apparenze, ma venato di un serenamente rassegnato pessimismo, quasi esistenzialista, che non riesce mai a spegnere il fuoco ideale ed eterno del sentimento e della sua possibilità (di rinascita e redenzione, di collocazione), Moonrise Kingdom è un nuovo gioiello della corona andersoniana.
Più opaco forse, meno luminoso, ma anche più prezioso e affascinante.




 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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