Monster Trucks: recensione del film per famiglie con Lucas Till e Jane Levy

03 maggio 2017
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Tanto spirito degli anni Ottanta fin troppo adattato ai giorni nostri in questo film che mescola azione, sentimento e thriller all'acqua di rose.

Monster Trucks: recensione del film per famiglie con Lucas Till e Jane Levy

"Metti un tigre nel motore", recitava uno slogan pubblicitario che ha fatto storia qualche decennio fa.
I tempi son cambiati, le coscienze ambientaliste son state risvegliate, ma la passione per le quattro ruote (e quella tutta americana per quei grossi fuoristrada con le sospensioni rialzate e le gomme oversize) è ancora tutta qui.
E allora, nel motore ci si mette un mostro, altro che tigre.

Anzi, il mostro non è nel motore, ma è (diventa) il motore di uno di questi monster trucks: un mostro buono, ovviamente, che beve petrolio (no benzina o diesel, che son tagliate male), che viveva tranquillo nelle profondità terrestri tra laghi sotterranei e giacimenti d'oro nero prima che la solita compagnia petrolifera cattiva e senza scrupoli arrivasse a minacciare l'ecosistema suo e dei suoi simili.

Così, il povero ragazzo del Nord Dakota con la passione dei motori e il sogno di partire per chissà dove, non trova solo un motore per il suo furgoncino vintage ma senza brio, ma anche un amico.
E, strada facendo, trova anche l'amore della bella secchiona senza nemmeno gli occhiali (Jane Levy, segnatevi questo nome) che doveva fargli da tutor in biologia ma che finisce per essere co-pilota e compagna d'avventura, mentre il biondo dal bicipite teso che non è stupido come la secchiona pensava cerca di salvare il suo mostro-motore e i suoi amici.

Che ci sia del cartoonesco, in Monster Trucks, e nella rappresentazione di questi mostri un po' balenotteri un po' piovre, ma con un grande sorriso e gli occhi buoni, non deve sorprendere, perché alla regia c'è Chris Wedge, quello dell'Era Glaciale, di Robots e di Epic, che dirige un film che pare un cartone animato e che nel suo mescolare un po' alla rinfusa la commedia, l'azione, il sentimento e perfino un po' di thriller all'acqua di rose ha sciacquato i suoi panni nel cinema degli anni Ottanta ma li ha anche fatti asciugare troppo al sole un po' malato delle esigenze di oggi.

Risultato, tanta superficie (spettacolare e non) in più, un (bel) po' di cuore in meno, e una frenesia di racconto a metà tra la logorrea e il fiato corto, un film frettoloso ma non brevissimo, dove spesso l'obiettivo principale pare essere titillare lo spettatore tipo dei "monster truck" quelli veri, più che l'appassionato di cinema.

Per un film con così tante officine meccaniche, dove s'impugnano chiavi inglesi e saldatori, si respira troppo poco aria di custom-made e troppo di standardizzazione seriale.
In un film che racconta di un mostro nel motore che a volte decide lui dove andare, l'impressione è che anche Chris Wedge non sia del tutto padrone del suo volante.
E allora, chi lo guida davvero questo Monster Trucks?



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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