The Mole Song - Undercover Agent Reiji: recensione del film di Takashi Miike

15 novembre 2013
2.5 di 5

Videogiochi, anime, manga. In vent’anni di ultraprolifica carriera, Takashi Miike li ha adattati tutti, in tanti e vari modi. E, ora che è il turno di “Mogura no uta, manga di Noboru Takahashi, di sorprese particolari il regista non ne riserva.

The Mole Song - Undercover Agent Reiji: recensione del film di Takashi Miike

Videogiochi, anime, manga. In vent’anni di ultraprolifica carriera, Takashi Miike li ha adattati tutti, in tanti e vari modi. E, ora che è il turno di “Mogura no uta, manga di Noboru Takahashi, di sorprese particolari il regista non ne riserva.
Basta infatti il suo incipit per comprendere che The Mole Song - Undercover Agent Reiji, è una di quelle produzioni miikiane ultracommericiali e ultrapop dove le derive cartoonesche e demenziali sono destinate a fare il paio con una descrizione parodistica e dalla violenza iperrealista dell’universo degli Yakuza.

Certo, nel raccontare la storia di un poliziotto inetto ma determinatissimo, erotomane ma vergine, sfigato eppure fighissimo che viene infiltrato in una famiglia malavitosa, Miike riesce sempre a spiazzare per la quantità di toni che alterna e accumula nel corso di troppi (130) minuti di film. E per la capacità, tanto per fare un esempio, ti ritagliare un credibilissimo e commovente momento drammatico e minimalista nel bel mezzo di una narrazione roboante, ridondante e ultrapop, dove il pulp va a braccetto con l’animazione, il surreale, la farsa.
E però Mogura no uta perde la verve e la fantasia iniziali piuttosto in fretta, innestandosi su binari di una follia anarchica che, nell’arco di qualche decina di minuti, si rivela progressivamente programmatica e non originale.

Divertente nella sua prima metà, più stanco e sfilacciato (anche nella scrittura) nella seconda, frettoloso e poco convincente nel tirare le fila del discorso, Mogura no uta non rimarrà di certo nel novero dei migliori film di Miike, nemmeno in quello dei migliori tra quelli più dichiaratamente commerciali e alimentari. È, piuttosto, quel genere di film che il collega e connazionale Sion Sono metteva alla berlina nel Why Don’t You Play in Hell? presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 70. E ad accumunare i due titoli, perfino, un attore notevole come Shinichi Tsutsumi, che in entrambi i casi, da spalla, regala le cose migliori dei rispettivi film.

In meno del Sono di quel film, il Miike di questo ha l’elaborazione polemica; in più la sfacciataggine di continuare a ravanare nella commercialità più spinta tirandone fuori quanti più pregi possibile. Ma tutto ciò non toglie che Mogura no uta rimanga un film già visto e poco persistente, i  cui divertimento, personaggi e situazioni si mescolano e si disperdono nel calderone nel quale macerano i residui di tanti, troppi prodotti analoghi.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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