Missione di pace - la recensione del film di Francesco Lagi

10 settembre 2011
3.5 di 5

Missione di pace è l'opera prima di un regista che, finalmente, apre le porte del cinema all’immaginazione, alla provocazione surrealista, comunque a modalità espressive fresche e dinamiche

Missione di pace - la recensione del film di Francesco Lagi

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Missione di pace - la recensione del film di Francesco Lagi


Capita che, guardando molti film italiani composti dei soliti quattro temi rinchiusi nelle solite quattro mura, ripetitivi e inutilmente ponderosi (sia si tratti di commedie che di drammi), mi ritrovi a sperare, vanamente, che quel panorama asfittico e stantio venga ravvivato. Che so: dall'improvvisa apparizione sullo sfondo di un T-Rex, che magari si avventi sul logorroico protagonista.
È quella che, scherzosamente, chiamo la teoria del dinosauro. Ovvero della necessità del cinema di sorprendere, d'inventare, di osare. Di rinnovarsi e appassionare. Una teoria che troppo spesso è drammaticamente inapplicata, dalle nostre parti. Almeno fino ad oggi.

Perché Missione di pace è l'opera prima di un regista che, finalmente, apre le porte del cinema all’immaginazione, alla provocazione surrealista, comunque a modalità espressive fresche e dinamiche.
Le capacità registiche di Francesco Lagi non si limitano solo all'inventiva pura e semplice, ai pur divertenti siparietti onirici, alle provocazioni più esplicite e sferzanti. Le lenti usate da lui sono quelle di un'immagine dotata di ampio respiro anche quando volutamente e concettualmente deformata, di una capacità di esplorare il campo scenico che cattura il particolare di chi vi si muove dentro, di un ritmo andante ma capace di attimi di placido respiro, di salutari pause e di variazioni di andamento.

È con queste modalità che Missione di pace racconta una storia che guarda tanto a MASH quanto all'Armata Brancaleone, passando per un gran numero di altre citazioni intelligentemente non ostentate, e che riesce ad essere satira solo in apparenza bonaria e racconto più personale allo stesso tempo.
Attraverso le vicissitudini del Capitano Vinciguerra, in costante guerra di nervi col figlio e teoricamente impegnato coi suoi uomini nella caccia ad un criminale di guerra in Kossovo, Lagi mette alla berlina tanto il militarismo quanto certo pacifismo, l'istituzione familiare e persino, per certi sottilissimi versi, la chiesa e il clero.
Il tocco è leggero e mai greve, lo sguardo rapido a cambiare oggetto di studio, la voglia di non prendere nulla troppo sul serio evidente dai subitanei e agili passaggi da una situazione all'altra.

Ma, tra sogni ad occhi aperti in cui Che Guevara aspira a tramezzini e poltrone Ikea e guarda il Pranzo è servito, soldatesse che non vogliono tornare a casa e chitarristi in divisa, divoratori di orsi e partite a Risiko!, Missione di pace non si limita a far ridere di gusto e a mirare al bersaglio grosso: perché nel rapporto conflittuale tra padre militare e figlio pacifista si riesce a toccare un dato più intimo e minimale delle contrapposizioni dovute agli abiti ideologici.
E allora la Missione di pace di Lagi è anche quella del cuore e dei sentimenti, raccontati con grande pudicizia attraverso due o tre dettagli che fanno la differenza.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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