Miss Violence - la recensione del film di Alexandros Avranas

01 settembre 2013
1.5 di 5

Fermo restando che la critica non dovrebbe mai essere semaforica, non dovrebbe limitarsi a dirimere la questione bello/brutto, è difficile poter valutare in maniera adeguata la questione estetica di fronte a film che, con il loro stile, scuotono drammaticamente quella etica. Miss Violence, opera seconda del greco Alexandros Avranas, è ...

Miss Violence - la recensione del film di Alexandros Avranas

Fermo restando che la critica non dovrebbe mai essere semaforica, non dovrebbe limitarsi a dirimere la questione bello/brutto, è difficile poter valutare in maniera adeguata la questione estetica di fronte a film che, con il loro stile, scuotono drammaticamente quella etica.
Miss Violence, opera seconda del greco Alexandros Avranas, è uno di questi film.

Poco importa che di film che abbiano voluto raccontare le crisi e le brutture nascoste dietro le porte e le facciate rassicuranti delle famiglie borghesi è pieno il mondo: il fatto è che un film che parte dal suicidio di un’undicenne nel giorno del suo compleanno, e che lentamente svela un (prevedibile) orrore fatto di violenze fisiche e psicologiche, incesti, schiavitù sessuali e pedofilia dovrebbe pensarci mille e mille volte ancora prima di adottare lo stile cinico, algido e pieno di furberie di Avranas.

Non ci interessano le ambizioni socio-politiche di Miss Violence, il suo voler raccontare il circolo della violenza, gli orrori della sopraffazione e l’incapacità di ribellarsi ad una qualsiasi forma di potere, perfino deviato. Né ci interessano le lunghe inquadrature a camera fissa o i piani sequenza che caratterizzano un film formalmente molto curato e perfino elegante.
Perché il ritratto delle terribili efferatezze nel film, esplicito o implicito che sia, sembra figlio solamente della voglia di scioccare il proprio pubblico, e di farlo per di più attraverso una messa in scena che nella sua rigida freddezza si appella ad una distanza solo apparente, in realtà fastidiosamente estetizzante.

In Miss Violence il gioco di sottrarre allo sguardo, di nascondere dietro le porte o i lati dell’inquadratura quello che accade, è solo un metodo astuto per farlo risaltare, ricattatoriamente, ancora di più, e si svela senza rendersene conto nei tanti sguardi in macchina che il regista chiede ai suoi attori, nella morbosità con cui si ammicca alla sessualità sempre nascosta, nella compiaciuta brutalità di un’unica e gratuita scena esplicita.

Avranas vuole evidentemente iscriversi nel solco tracciato da Haneke, da Seidl, dal connazionale Lanthimos. Evidentemente, ci riesce a pieno titolo. Per chi scrive, però, questa non è una buona notizia.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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