Miral, la recensione del film di Julian Schnabel

02 settembre 2010
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Raccontare la questione palestinese, la sua storia travagliata e insanguinata, i suoi nodi irrisolti, le speranze da riporre nelle possibili (?) soluzioni, è da sempre questione complessa e controversa.

Miral, la recensione del film di Julian Schnabel

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Miral, la recensione del film di Julian Schnabel


Raccontare la questione palestinese, la sua storia travagliata e insanguinata, i suoi nodi irrisolti, le speranze da riporre nelle possibili (?) soluzioni, è da sempre questione complessa e controversa. Julian Schnabel non sarà un regista che entrerà nell’Olimpo della storia del cinema, ma è stato capace di convincere, e ha comunque una personalità e uno spessore artistico/intellettuale che lasciava presupporre la possibilità di uno sguardo non banale e magari provocatorio.
Purtroppo invece è accaduto che le peggiori aspettative derivanti dal fatto che Miral nasca come adattamento di un romanzo (semi)autobiografico della sua attuale compagna, la giornalista Rula Jebreal, sono divenute realtà.

Attraverso la storia di quattro donne (la fondatrice di un orfanotrofio per bambini palestinesi, una terrorista e la problematica madre di quella diverrà l’unica protagonista del film dalla sua metà in avanti), Miral ricostruisce la storia del conflitto dalla fondazione dello stato d’Israele fino agli accordi di Oslo, e attraverso il punto di vista di questa sorta di alter ago della Jebreal racconta come ogni palestinese arrivi, ad un certo punto, ad un bivio. Il bivio tra la via ardua della diplomazia e della speranza di una pace pacifica, da percorrere con pazienza e testardaggine, e la via rabbiosa della lotta più radicale, dello scontro frontale e della lotta armata. Punto d’arrivo, lo stesso: il rispetto dell’identità e dei diritti dei palestinesi e del loro stato.

Lo spessore di queste ricostruzioni storiche e delle analisi intime e politiche strutturate attraverso le vicende, le traversie e le trasformazioni della protagonista, è però purtroppo ridottissimo.
La Miral interpretata da Freida Pinto (indiana, ragion per cui il film non è recitato in arabo ma in inglese nei dialoghi tra palestinesi, con effetto fastidioso e straniante), punto di vista privilegiato e sposato senza incertezze, appare come una giovane donna del tutto in balia degli eventi, ingenua e banale al punto di lasciarsi quasi sedurre dal terrorismo più che amore che per convinzione; di subire improvvise epifanie quando conosce la simpatica fidanzata ebrea del cugino; da sintetizzare infine la sua esperienza e quella delle altre donne cui è direttamente o indirettamente legata nel facile slogan “cerchiamo la pace senza la violenza”. Scegliendo però di anche abbandonare il suo paese per inseguire l’improvviso sogno di diventare giornalista.

A poco serve disseminare l’inizio del film con metafore sfacciate sulle radici e sulle identità (dagli alberi di Natale che ogni anno vengono ripiantati al senso politico del recuperare e crescere gli orfani), o che Schnabel azzecchi, con gusto squisitamente artistico, qualche sporadica bella immagine o qualche sequenza: ché le prime si perdono in un contesto di ovvietà bignamesche, le seconde in una messa in scena piuttosto piatta e finalizzata solo alla celebrazione di una protagonista cui il regista è molto legato.
Così facendo, non solo Miral non prende posizioni serie sui problemi che racconta, ma omogeneizza e appiattisce; ma non regala nemmeno un ritratto particolarmente lusinghiero della donna che vorrebbe omaggiare, e che compare narcisisticamente negli ultimi fotogrammi del film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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