Mine Vaganti, la nostra recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek

08 marzo 2010
2.5 di 5

Ferzan Ozpetek torna ai toni più leggeri della commedia corale con un film che lo allontana da Roma per portarlo a Lecce e dintorni, insieme a Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi, due fratelli alle prese con una ricca famiglia borghese e con la difficoltà di confessare la loro omosessualità.

Mine Vaganti, la nostra recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek

Mine Vaganti - la recensione


"Ma siamo nel 2010.-Appunto, non siamo nel 2000"

Con questa battuta che arriva dopo oltre un'ora di film Ferzan Ozpetek sembra rispondere alla domanda che non ci si può non porre davanti al suo nuovo film, Mine Vaganti, vedendo rappresentati come ancora vivi e vegeti tabù e luoghi comuni sull'omosessualità e sulla sua "accettazione" sociale. In questo senso il regista ci vuole dire come questo primo decennio del nuovo millennio abbia rappresentato un notevole passo indietro per quanto riguarda la libera manifestazione della propria identità.

Sono invece decisi i passi avanti del regista italo-turco che dopo gli ultimi deludenti film lascia il dramma e torna a colorare un film con i toni a lui cari della commedia corale, con una attenzione particolare ad un nucleo famigliare variamente assortito.

Siamo a Lecce dove due fratelli (Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi), figli di un industriale della pasta, cercano di togliersi una maschera indossata da troppo tempo e confessare in famiglia, al padre padrone, la loro omosessualità. Ma non sarà così semplice...

È proprio la famiglia come trionfo delle ipocrisie e delle frustrazioni inconfessate il microcosmo ben calibrato del film, grazie anche ad un cast in cui svettano le riuscite caratterizzazioni di Ennio Fantastichini e Lunetta Savino come genitori vittime delle convenzioni borghesi della provincia e Ilaria Occhini nei panni della nonna affettuosa, lei stessa in passato costretta a soffocare la propria libertà.

Un film in cui la malinconia è sempre presente, in cui far parte di una famiglia vuol dire anche, se non soprattutto, accettare un compromesso dietro l’altro, ma anche armarsi di uno scudo protettivo in cui gli affetti proteggono dall'esterno.

Verso metà del film si assiste ad un'improvvisa sterzata verso la commedia più "immediata" attraverso l'arrivo in famiglia degli amici romani del protagonista, parenti stretti dei personaggi sopra le righe visti in altri film di Ozpetek come Le fate ignoranti. E forse questa è la parte meno convincente, che però lascia presto spazio ad una parte conclusiva onirica che tanto si discosta dal "crudo" realismo di Un giorno perfetto tanto più si avvicina ai momenti migliori del suo cinema, sicuramente più efficace quando sceglie strade più "visionarie".



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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