Minari: recensione del film che ha sorpreso tutti e conquistato sei candidature agli Oscar

24 aprile 2021
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Un film americano dal sapore coreano, Minari racconta di una famiglia di immigrati coreani nell'America rurale degli anni '80: la recensione del film che ha sorpreso tutti e conquistato sei candidature agli Oscar.

Minari: recensione del film che ha sorpreso tutti e conquistato sei candidature agli Oscar

Minari è il quarto film del regista americano di origine coreana Lee Isaac Chung, ma è quello che aveva sempre voluto fare. È il ritratto parzialmente autobiografico, almeno nello spirito, della sua crescita come bambino nella dimensione rurale dell’Arkansas negli anni ’80, proveniente da una famiglia coreana. Proprio attraverso gli occhi dolci e il cuore aperto del piccolo David (un irresistibile Alan Kim), sette anni, viene raccontato l’incontro non sempre facile di due mondi, quello americano e quello del paese di origine, ma anche di tre generazioni differenti, all’interno di una famiglia in cui il “capofamiglia” Jacob (l'ottimo Steven Yeun) fa di tutto per regalare un futuro migliore ai figli, senza perdere l’amore della moglie Monica (Yeri Han).

Provenienti dalla California, si trasferiscono nel pieno sud contadino, in una regione isolata e certo non splendente degli Stati Uniti. Li attende una casa con le ruote, nella loro ricerca di un nuovo inizio, che perplime non poco Monica, ma stimola Jacob a crearsi un giro d’affari in proprio, smettendola con un lavoro estenuante e ripetitivo con cui riuscivano appena a sopravvivere. Vuole creare dal nulla una propria fattoria, per coltivare ettari di verdure coreane che tanto mancano ai 30 mila immigrati che lasciavano ogni anno quel paese per inseguire un futuro diverso in America. Siamo negli anni ’80, e la Corea non era ancora una realtà trasformata dal suo sviluppo come tigre economica.

Piccole e grandi operazioni di adeguamento culturale, di tradizioni a confronto per gli adulti, ben più naturali per i figli, la cui quotidianità è messa in discussione dall’arrivo dell’eccentrica e dispettosa nonna Soonja (Youn Yuh-Jung). I più piccoli sono ormai assimilati culturalmente, mentre lei "puzza di Corea", oltretutto dimostrandosi presto "non una vera nonna", visto che "non sa cucinare, né fare i biscotti e dice le parolacce", ma li coinvolge subito in accanite partite a carte decisamente poco educative. Momenti divertenti mentre intorno a loro il rapporto fra i due genitori si sfalda, messo a dura prova dalla prudenza di lei e dall’azzardato tentativo di lui, che mette a rischio la loro già precaria situazione finanziaria.

Proprio il più giovane e la più anziana pianteranno i semi per un futuro diverso della famiglia, quelli della minari, una sorta di versione piccante e coreana del prezzemolo, un ingrediente chiave del kimchi, il piatto nazionale coreano, che rappresenterà il frutto comune, il lascito finale del percorso di crescita anche emotiva del rapporto fra nonna e nipote.

Minari dedica il giusto tempo a costruire solidi personaggi con cui empatizzare, con le loro difficoltà, i contrasti e le fragilità che li rendono vividamente credibili, somiglianti a tutti noi. Il pregio principale di questa storia apparentemente così localizzata, nel tempo e nella cultura, che la rende universale. Un sogno americano così normale e poco utopistico da specchiarsi in quello del piccolo David, che non riesce a svegliarsi in tempo mentre sogna di alzarsi e andare in bagno, finendo per bagnare il letto. Ironia e un certo disincanto, quindi, popolano queste vite, non solo drammi e ostacoli.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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