Millennium - Uomini che odiano le donne, la recensione del film

30 gennaio 2012
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Nei dettagli e nei contrasti il film di Fincher denuncia una radicalità teorica e estetica che va ben oltre quella della pur efficacissima rappresentazione della violenza.



Serial killer, perversioni, brutalità.
Sulla carta Millennium – Uomini che odiano le donne ha numerose analogie col film che lanciò il nome di David Fincher e lo impose all’attenzione internazionale, Seven. Eppure, la versione firmata dal regista americano del primo volume della celebre trilogia letteraria di Stieg Larsson assomiglia (anche) molto di più all’ultimo, apprezzatissimo, The Social Network.
Perché da Seven a oggi, passando per Zodiac, Fincher è chiaramente più interessato a quel che accade ai protagonisti della caccia, durante il suo svolgimento, che non alla caccia stessa e al suo esito.
Perché, dichiaratamente, in Millennium la curiosità e lo sguardo del regista sono fissi sulle dinamiche d’interazione (di socialità) tra due personaggi solitari e fragili.
Perché sia nel film del 2010 che in questo, Fincher sta portando alle estreme conseguenze un discorso teorico e formale sul cinema che tocca il concetto di “classicità” come quelli dello spazio, del tempo e della loro rappresentazione.

Certo, all’apparenza, nella sua immediata e levigata superficie,
Millennium può sembrare semplicemente un buon thriller, molto tradizionale, emanazione diretta di un fenomeno letterario che è puramente di genere, avvincente ma senza guizzi particolari.
Ma è nei dettagli e nei contrasti che invece il film di Fincher denuncia una radicalità che va ben oltre quella della pur efficacissima rappresentazione della violenza (solo in apparenza celata quella fisica, più sfacciata e disturbante quella psicologica).
Dettagli come quelli di un montaggio maniacale, innovativo e ai limiti della perfezione, che sicretizza spazi, tempi e persino logiche ed etiche. Contrasti come quelli tra l’eleganza levigata, essenziale, scandinava e quasi algida della forma e le passioni trattenute ma brucianti (e a tratti esplose) del contenuto, dei personaggi.
Personaggi come quelli di una Lisbeth Salander che è il vero cuore emotivo e narrativo del film, cui una perfetta Rooney Mara fornisce un’intensità quasi dolorosa, una sensualità aspra e devastante, un’energia inesauribile eppure vulnerabilissima.

Se è vero che la Lisbeth di Rooney Mara è più che un punto di forza, ma un vero centro gravitazionale, è altrettanto vero che (allora) gli oltre 2 minuti e mezzo di titoli di testa realizzati sulle note della cover di "Immigrant Song" firmata da Trent Reznor e Karen O riescono ad essere una sintesi strabiliante dei 155 e più a seguire. Nel film nel film rappresentato da quella sequenza, ecco che si alternano e si generano vicendevolmente, seguendo dinamiche frattali, delle icone simbolo del materiale tematico e formale di Millennium: l’estetica fetish patinata e disturbante assieme, la natura irrequieta e post-cyberpunk di Lisbeth, quella liquida, oleosa, infiammabile e virale del film tutto.

Complesso ed elegante come un oggetto di design capace di sintetizzare estetica e funzionalità, Millennium è un film da scrutare attentamente per coglierne l’intera portata teorica e concettuale, ma che basta vivere con il giusto e necessario coraggio per apprezzare nella rilevantissima carica di umanità affidata ai due personaggi protagonisti, due facce di una stessa, universale medaglia che si completano riconoscendosi, guarendosi e amandosi di un amore più complesso di quello fisico e passionale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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