La recensione di Milk, biopic firmato da Gus Van Sant

22 gennaio 2009

Forte di otto meritatissime nomination agli Oscar® appena ricevute, sbarca nelle sale italiane il nuovo film di Gus Van Sant. Una biografia importante, militante, commovente, che sfrutta i canoni della Hollywood mainstream per raccontare una storia che è un inno alla rivendicazione della propria identità.

La recensione di Milk, biopic firmato da Gus Van Sant

Milk - la recensione

È chiaro che, oltre a un progetto a lungo sognato e covato, per Gus Van Sant Milk era e doveva essere un film militante. Finora pressoché sconosciuto alla maggior parte della popolazione etero, Harvey Milk è stato invece un simbolo importante, riconosciuto ed esportato dei movimenti gay di tutto il mondo. La sua storia – tragica, eroica ed emblematica – non poteva e non doveva quindi prescindere dalla questione etica e politica. La questione centrale era, quindi, come riuscire nello scopo: una questione, appunto, politica.

Un po’ a sorpresa, Van Sant ha optato per un registro classico (come di quello utilizzato per i suoi film più “borghesi” ma più deludenti, come Will Hunting o Scoprendo Forrester, che però non potevano contare su contenuti "everisivi" come ad esempio Da morire): la vita e la storia di Harvey Milk sono raccontate utilizzando a piene mani tutte le retoriche (nel senso nobile del termine) e gli stilemi del biopic hollywoodiano, per la prima volta applicate ad un personaggio gay. Retoriche e stilemi gestiti perfettamente, così come perfettamente Van Sant riesce a lavorare con i suoi attori - su tutti, ovviamente, uno straordinario Sean Penn, ma anche i tanti comprimari –  e sui rapporti, descritti con sensibilità e delicatezza, come nel caso dell’amore straordinario e ben oltre la fisicità tra Harvey e il compagno Scott.

Non bisogna però commettere l’errore di bollare come “imborghesito” Van Sant per questa sua scelta, che deriva certo dalla voglia di arrivare alla fetta più ampia di pubblico possibile, ma anche da una precisa stategia politica e comunicativa. Il regista di Portland, infatti, sembra adottare a livello linguistico le stesse strategie messe in atto nella politica attiva dal personaggio che racconta: come Harvey Milk si accorge ad un certo punto che è necessario “indossare il vestito buono” per rendersi più universalmente comprensibile (più che accettato), Van Sant classicizza il suo stile. Ma nel fare questo, né l’uomo Milk né il film Milk rinunciano ad un grammo della loro militanza e del loro orgoglio omosessuale. Al contrario: con l’intelligenza di chi capisce che gli eccessi camp delle sfilate del Gay Pride, pur festosi, divertenti e liberatori non hanno e forse non riusciranno mai ad avere un peso politico, Milk/uomo e Milk/film inseriscono viralmente la loro evidente diversità (tanto più evidente e dissonante agli occhi degli etero più bigotti quanto più apparentemente normalizzata e resa comune) all’interno di un tessuto formale che li ha visti sempre esclusi o autoesclusi. Perché un Milk che esibisce la sua diversa sessualità come lo stereotipo vuole è facilmente incasellabile e, di conseguenza, controllabile. Se lo fa invece presentandosi apparentemente identico al canone dominante, ma riaffermando invece la sua identità assume una valenza scandalosa e catastrofica che non si può etichettare o marginalizzare. Dunque, è in quella zona interstiziale dove esplode la tensione tra forma e sostanza che (i) Milk esplicitano la loro carica positivamente rivoluzionaria.

Fatto questo, ci si può concedere anche il camp o lo sberleffo, come ricorda lo stesso Harvey in una battuta del film, quando invita Cleve Jones a non mettersi più in giacca per entrare al Comune di San Francisco ma di “mettere sempre i jeans più attillati che ha.” L’atteggiamento provocatorio ha quindi senso e peso politico se utilizzato e accompagnato da passi diversi, mai vergognosi o rinunciatati, ma più maturi nella loro sfumata complessità. Complessi perché mai omologati, ma sempre fieri della loro identità e pronti a rivendicare le modalità che più gli aggradano per esplicitarla: lo mostra benissimo Van Sant, descrivendo la gioia e l’orgoglio mai settario con il quale Harvey Milk e il suo gruppo vivevano la loro queerness nel pubblico e nel privato, sottolineando esplicitamente l’importanza di mostrarsi per quello che si è, in ogni caso, come gesto etico e politico .

Fa rabbia. Fa male quasi fisicamente vedere come le posizioni contro le quali Harvey Milk lottava trent’anni fa sono spesso le stesse contro cui non solo i gay ma le persone intelligenti di tutti gli orientamenti sono costretti ad ascoltare ancora oggi. Ancor più nel nostro paese, se si ripensa ad alcune recenti e meno recenti dichiarazioni di nostri politici di entrambi gli schieramenti.  Ma né il film né il suo protagonista si piangono mai addosso, pur consapevoli entrambi del peso della responsabilità che portano addosso e, in un caso, del destino tragico che l’aspettava. Sono fieri ed orgogliosi, festosi e vitali. Una vitalità che rimane viva e pulsante anche quando si accendono le luci, e si è costretti ad asciugare qualche lacrima dagli occhi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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