Mia madre: la recensione del nuovo film di Nanni Moretti

15 aprile 2015
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Il cinema del regista romano continua a maturare, a farsi più intenso, sfumato e aperto al mondo.

Mia madre: la recensione del nuovo film di Nanni Moretti

"Fai sentire l'attore, accanto al personaggio," dice la regista Margherita, lasciandoli interdetti e meditabondi, agli interpreti del suo seriosissimo film sul mondo del lavoro.
E Mia madre è così: un film dove c'è sempre qualcuno accanto, qualcosa.

Accanto, di lato alla sorella Margherita, alla madre morente, calmo e capace di accudire, c'è Giovanni: un angelo wendersiano che pare uscito da quel Cielo sopra Berlino proiettato al Cinema Capranichetta, davanti al quale si svolge una delle tante scene oniriche che costellano un racconto che sogna un incubo a occhi aperti.
Accanto a Margherita (Buy), c'è Nanni Moretti, attore (mai così bravo) che sta al fianco del personaggio che ne è un chiaro ma trattenuto alter ego.
Un Moretti che sta sempre, silenziosamente, accanto al suo film, autobiografico quanto basta, o forse no; che lo guarda e lo accompagna tanto da dentro quanto da fuori, alla ricerca di quella giusta distanza che anestetizzi il dolore senza sopprimerlo.

In Mia madre il dolore è accanto alla risata, la vita accanto alla morte, il lavoro al privato, l'inglese all'italiano, la sicurezza alla confusione, la giovinezza alla vecchiaia. Il sogno accanto alla realtà, costantemente confusi da Margherita e da sua madre Ada.
E tutte queste cose scivolano l'una dentro l'altra, si mescolano, si intersecano e si contaminano, creando fluidità e incertezza; quella fluidità e quella incertezza che sono proprie della vita e di Margherita, che non è mai con la mente e con lo spirito nello stesso luogo, per citare la versione di latino tradotta dalla vecchia Ada e dalla nipote Livia verso la fine del film (e un po' anche Grosso guaio a Chinatown).

Scivola via, Mia madre, scivola via con le musiche di Olafur Arnalds e la voce di Leonard Cohen, con la leggerezza dell'acqua che allaga casa di Margherita, e come l'acqua che scorre lascia i segni più profondi: i segni di un dolore ineludibile, di un peso insopportabile sotto il quale perfino l'angelo Giovanni sembra condannato a perdere le ali e le parole, seppur solo per un attimo.
Toglie il fiato, il dolore raccontato in Mia madre, quel dolore che Moretti, con una scena di straziante bellezza e cristallina semplicità, fa tirar fuori in tutte le sue lacrime solo alla piccola Lidia, dopo una fatidica telefonata arrivata nel cuore della notte e ascoltata da sotto le coperte di un letto da bambina.

Toglie il fiato ma non toglie le risate, che arrivano numerose attraverso le nevrosi morettiane messe in scena dalla Buy, attraverso gli scambi della regista con il bizzoso e incompetente divo americano chiamato sul suo set. Quell'elemento alieno, esterno, disomogeneo, cui Moretti non a caso affida una battuta che è una sorta d'(in)consapevole richiesta d'aiuto sua e dei suoi personaggi, prigionieri dell'incubo di quel che stanno vivendo e di un film che ne è sublimazione e catarsi, e che per Moretti stesso è richiamo all'ordine: "Bring me back to reality!."

La realtà. La realtà di quello che siamo, di quel che vediamo realmente quando ci guardiamo allo specchio, come Moretti ha voluto fare con Margherita, prendendosela con sé stesso, come dice lui, prima che con gli altri.
La realtà di un domani che non ci sarà, una realtà che spezza il cuore, che lascia casse di libri, ricordi, testimonianze e gesta in un corridoio in attesa che vengano faticosamente ricollocate in nuovi scaffali, nuovi cuori, nuove consapevolezze.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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