Mektoub, My Love: Intermezzo Recensione

Titolo originale: Mektoub, My Love: Intermezzo

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Mektoub, My Love: Intermezzo, la recensione del film di Abdellatif Kechiche in concorso al Festival di Cannes 2019

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Mektoub, My Love: Intermezzo, la recensione del film di Abdellatif Kechiche in concorso al Festival di Cannes 2019

Sono ancora tutti lì. Ophélie, Céline, Tony, Camélia. Il favoloso Kamel. Sono ancora sulla spiaggia di Sète, dove fanno entrare nel gruppo una biondina parigina, Marie, dagli occhi blu come il mare, quel mare di settembre che stanno vivendo.
L’estate sta finendo, e qualcosa sta per cambiare. Qualcosa è già cambiato: Charlotte non si vede, Amin è preso dalle sue fotografie, Ophélie e Tony hanno nuovo segreto che crea tensione fra di loro, mentre lei ha fissato la data delle nozze col lontano Clément.
Qualcosa sta finendo, ma non ancora. C’è ancora tempo per una interminabile nottata in discoteca, che Abdellatif Kechiche filma in tempo praticamente reale, dato che gli fa occupare circa due ore e cinquanta del suo film, dopo la lunga scena della spiaggia, e prima di una breve chiusa mattutina.

Lì, in discoteca, di nuovo quello che avevamo visto nel primo film, tutta l’energia, la frenesia, l’eccitazione, il desiderio, il sesso e la tensione che passano dai corpi, dai culi che twerkano e le tette che ballano, dai baci rubati o cercati, dal sudore e dall’alcool, dalla musica incessante e frastornante. Più di ogni cosa, dagli sguardi.
In discoteca anche Amin si unisce al gruppo, e lui continua a guardare. Quel guardare che per lui è vivere, e gli altri non lo capiscono fino in fondo.
Guarda i suoi amici che ballano, ridono, parlano e si divertono. Guarda quell’Ophélie che non è sua, che non è del lontano Clement, né di Tony, né dell’Aimé cui si concederà segretamente e senza amore nei bagni, in una scena di sesso lunghissima e ultra-esplicita.
Guarda, Amin, e viene guardato, a sua volta oggetto del desiderio - di Marie, di Céline - ma nessuna lo cattura come Ophelie.

Citando i meme di internet, si potrebbe dire “trova qualcuno che ti guardi come Amin guarda Ophélie.” Perché lì, in quegli sguardi, in quei momenti, Kechiche non cattura solo il desiderio, ma cattura l’amore, in tutta la sua travolgente e malinconica forza.
Sono i momenti, con alcuni altri, che danno senso e intensità a un’operazione testarda e scriteriata, ma anche ipnotica e seducente, come è quella di Mektoub My Love: Intermezzo. Che è davvero un intermezzo, una fase interlocutoria che mette poche altre questioni narrative sul tavolo dell’annunciata trilogia e non le risolve, lasciando in sospeso anche tutte le altre.

Solo Kechiche, però, oggi si poteva permettere di fare di questo intermezzo un film di quasi tre ore e mezza, volutamente ripetitivo ed estenuante, esageratamente interlocutorio. Solo lui poteva permettersi lo sfizio di fare di questo film una lunghissima pausa d’attesa, a sua volta inframmezzata da dodici minuti di cunnilingus frenetico e disperato, raccontato con spietato realismo.
Perché se il suo cinema è la vita, con tutto la forza, la stasi e le contraddizioni che ha la vita vera nel suo scorrere, solo lui poteva pensare di far aderire in maniera così radicale il tempo del film con quello dello spettatore.

È radicale, Mektoub My Love: Intermezzo. Prendere o lasciare. Qui si prende, in attesa di vedere come le cose si risolveranno in Canto due. Perché il suo voyeurismo è alla fine tutto tranne che gratuito, e il suo film tutt’altro che maschilista. Perché a parlare, commentare, comandare e decidere, dietro al ballo, ai culi e alle apparenze, sono solo le donne.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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