Mé el Aïn: recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2024

22 febbraio 2024
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Realismo naturalista e surrealismo onirico-sovrannaturale trovano una felice compresenza in questa opera prima di Meryam Joobeur, regista tunisina (canadese d'adozione) candidata all'Oscar per i suoi corti. La recensione di Mé el Aïn di Federico Gironi.

Mé el Aïn: recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2024

Una storia, tre capitoli. Pochi personaggi, bassissima profondità di campo. Un naturalismo venato da estetismi quasi malickiani, e da una dimensione onirico-sovrannaturale che diventa simbolica di orrori concretissimi.
Siamo in Tunisia, nel nord del paese. Una piccola comunità di persone, affacciate sul Mediterraneo. Una famiglia, in particolare. Di pastori. All’inizio di Mé el Aïn (titolo internazionale: Who Do I Belong To?), due dei tre figli, i più grandi, lasciano la casa di nascosto. Sono andati a arruolarsi nell’ISIS, a combattere in Siria.
La madre, Aicha, non si dà pace, il padre Brahim è furioso, ma cerca di non darlo a vedere. Al figlio più piccolo, Adam, ancora un bambino, raccontano che i fratelli sono andati in Italia, in cerca di lavoro.
Ecco che allora questo primo lungometraggio di Meryam Joobeur, autrice di corti candidata all’Oscar, pare raccontare il dolore di una madre, e di una famiglia, di fronte alla scelta dei figli.
Poi però accade qualcosa.

Perché uno dei due ragazzi, Mehdi, torna a casa. L’altro, Amin, non tornerà mai più.
Mehdi non è solo. Con lui c’è una donna. Sua moglie, dice lui. Si chiama Reem, non dice una parola, è sempre interamente coperta da un niquab. Si vedono solo i suoi occhi: azzurrissimi, di un azzurro quasi impossibile, capaci di uno sguardo carico di dolore e di furore al tempo stesso.
Emerge lentamente qualcosa di inquietante. Mehdi non parla molto, non racconta, si capisce che porta su di sé il peso di violenze inflitte e subite. Reem tace, sempre.
Nessuno sa che Mehdi è tornato a casa, lo arresterebbero. Solo Bilal, giovane poliziotto che di quel ragazzo è stato come è un fratello, è a conoscenza di tutto. Anche lui, come Aicha, cerca di capire. Di sapere perché. Di cosa sia successo.
E mentre l’atmosfera si fa sempre più tesa, strani episodi di violenza, strane sparizioni, iniziano a verificarsi nella zona, mentre lo stile del film abbraccia sempre più toni surreali, e il dolore di Aicha si fa quasi insopportabile.

Meryam Joobeur, anche sceneggiatrice, ragiona in maniera inedita, potente, stimolante sul tema del terrorismo, dell’estremismo islamico, con uno sguardo pieno di compassione la sua protagonista, e la voglia di usare uno spettro il più vasto possibile di strumenti e modi messi a sua disposizione dal cinema, dalle immagini, dall’arte del racconto.
Il modo in cui sposa realismo e surrealismo è efficace e ha la capacità di tenere viva l’attenzione dello spettatore, anche se i suoi simbolismi sono così chiari da far comprendere in breve tempo cosa sia successo a Amin, cosa a Mehdi, chi sia davvero Reem e cosa celi quel suo sguardo intenso e insostenibile.
L’asse principale del racconto è quella che va da una madre che vuole capire a un figlio che fa fatica a parlare, per dolore e per vergogna. Ma Mé el Aïn ha la capacità di rendere vivi e importanti anche i personaggi apparentemente secondari, come Brahim e ancor più il Bilal di un bravo Adam Bessa. Di farli entrare in relazione e interagire con quell’asse principale fatto di una tensione dolce e violenta assieme.

Forse Meryam Joobeur eccede in qualche superflua dilatazione, cade in qualche estetismo un po’ eccessivo, ma nel complesso non perde mai il fuoco e la concentrazione, riuscendo nel compito non facile che si era posta: quello di raccontare l’orrore dell’estremismo e del terrorismo da una prospettiva femminile, dall’interno del mondo islamico, da un punto di vista personale e familiare. Quando la sua Reem appare sullo schermo libera dal niquab, libera di urlare il suo dolore e il suo sdegno, quell’urlo è destinato a rimanere con noi a lungo. A perseguitarci.
Proprio come un fantasma.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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