Marx può aspettare: la recensione del documentario di Marco Bellocchio presentato a Cannes

16 luglio 2021
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Un potentissimo percorso di analisi sul senso di colpa e sulla morte per suicidio del gemello, Marx può aspettare è il documentario di Marco Bellocchio presentato a Cannes a margine della sua Palma d'oro alla carriera. La recensione di Mauro Donzelli.

Marx può aspettare: la recensione del documentario di Marco Bellocchio presentato a Cannes

Il biglietto d’addio di un giovane suicida, bagnato di lacrime; ultimo grido silente di disperazione o di accusa nei confronti della famiglia che non aveva intuito la sua condizione, il suo male di vivere. Un biglietto, poi gettato e scomparso dalla memoria familiare per decenni, prima di riapparire insieme a mille altri rivoli di memoria nel documentario di Marco Bellocchio, Marx può aspettare. Una famiglia di Piacenza sul tavolo autoptico, in un racconto che rievoca e misura le particelle di entropia lasciate nella vita dal regista e dai suoi consanguinei. 

“Era ultima occasione per fare i conti con qualcosa rimasto nascosto”, come ha spiegato il regista. Quel qualcosa è la morte per suicidio di suo fratello Camillo, “angelo” sempre sorridente eppure malinconico, come lo descrive. "Il protagonista di questa storia”. Nel farlo, parte dall’immagine piena di dolcezza, pacificata, proposta anche nel manifesto, dei due gemelli a un anno, nati poco dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, e racconta una famiglia della buona borghesia padana, padre avvocato e madre profondamente cattolica. Famiglia numerosa, come consueto in quella realtà, nella quale convivevano, altro tratto comune all’Italia di quegli anni, le due grandi Chiese novecentesche: quella cattolica e quella comunista. I maschi di famiglia hanno scelto la vita intellettuale e l’impegno politico comunista, spesso profondamente ortodosso, mentre le due sorelle di Bellocchio sono rimaste sempre profondamente legate ai dettami più rigorosi della fede cattolica.

Camillo cresce con voti non brillanti come i fratelli, presto indirizzati verso carriere intellettuali di successo. Scrive anche una lettera a Marco, auspicando una sua possibile carriera in quel cinema in cui il fratello si era già fatto valere. All’impegno politico, cruciale in quel 1968, Camillo rispondeva con un mezzo sorriso di avere prima altre faccende importanti personali da risolvere, chiosando poi con quel Marx può aspettare che è splendida sintesi di un eterodossia all'interno di una famiglia devota all’impegno pubblico, che fosse politico o sociale e parrocchiale. Il più fragile dei fratelli era incapace di fare i conti con i propri fantasmi, con la condivisione da ragazzo della stanza da letto con un fratello pazzo, spesso sconvolto da deliri e urla.

Il film è anche una seduta collettiva di analisi, la ricerca di una spiegazione, non di un’assoluzione, del senso di colpa di Marco Bellocchio, ovviamente comune anche al resto della famiglia, legato alla mancata intuizione di quello che stava accadendo nell’intimo di Camillo. Il ritratto che viene fuori è spietato, mette in luce le contraddizioni della famiglia tradizionale novecentesca italiana, in cui anche il benessere privato, intimo, sottostava alle esigenze di apparire omologati, di non uscire dai ranghi irregimentati delle Chiese imperanti e dei comportamenti che avrebbero fatto felice “il buon padre di famiglia”. Emerge il fallimento umano di quelle realtà, i cui danni si possono misurare ancora oggi. Realtà che promettevano vita eterna o rivoluzione, ignorando l’umanità dei singoli esseri umani, sottoposti al dogma della collettività e del sacro verbo, mettendo in secondo piano la ricerca della felicità di ogni singolo credente.

In Marx può aspettare si assiste a un processo di liberazione, ma anche di presa di coscienza di una responsabilità che viene elaborata proprio non ignorandola, esponendola. “A livello degli affetti c’era il deserto, ognuno pensava a sé stesso”, come dice nel film. All'interno di una sfilza di membri della famiglia Bellocchio ascoltati nel film, spicca la presenza “altra” di uno dei personaggi memorabili di questo straordinario racconto. Quello della sorella della fidanzata di Camillo, implacabile, seppure con tono garbato e un mezzo sorriso triste, nel ricordare peccati e mancanze della famiglia e del regista stesso. Tanto da diventare la custode, attraverso i racconti della sorella ormai scomparsa, della memoria emotiva di Camillo, dei suoi ultimi anni almeno, quelli precedenti al tragico gesto. In questo modo pone i Bellocchio di fronte alla perdita della memoria autentica, custodita al di fuori della famiglia, di colui che non riuscì a diventare pienamente fedele di nessuna delle due chiese, come ci ricorda la frase ripresa dal titolo del film. 

È davvero sorprendente la leggerezza con cui Bellocchio riesce a raccontare questa storia, mostrando come l'abbia turbato nel corso di tutta la sua carriera, diventando fonte di ispirazione per situazioni e personaggi dei suoi film. Una parabola potentissima sulla necessità dell’ascolto di chi ci sta più vicino, storicizzando una realtà sociale tipica del nostro paese nei decenni passati, esponendola alle nuove generazioni, rappresentate dai figli Piergiorgio ed Elena, non casualmente mostrati in ascolto silente, talvolta giudicante, mentre il padre apre l’album dei ricordi sofferti.

Marx può aspettare
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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