Maps to the Stars - recensione del film di Cronenberg

19 maggio 2014
3.5 di 5
9

Un Cronenberg ancora una volta psicanalitico, che mescola Tom Wolfe, Easton Ellis e David Lynch.

Maps to the Stars - recensione del film di Cronenberg

In Cosmopolis, Robert Pattinson abitava una limousine. Alla sua seconda collaborazione con David Cronenberg, l'attore si mette questa volta al volante, chaffeur che si trova a (ri)portare a Hollywood una Mia Wasikowska che, tra le ville dei divi, ha nascosto un ingombrante segreto. Assieme a loro, la diva interpretata da Julianne Moore, il terapista delle star John Cusack e ancora baby-attori arroganti e fragili, agenti, produttori, e tutto quello che compone il firmamento hollywoodiano.

Perché nelle sua fasi iniziali, quelle nelle quali il regista canadese gioca con insospettabile abilità col registro della commedia, Maps to the Stars sembra una satira a-la-Tom Wolfe di Tinseltown, delle sue dinamiche, dei suoi meccanismi, delle sue meschinità.
Poi, però, qualcosa nel registro del film cambia. E alle pagine di Wolfe, Cronenberg sembra sostituire quelle di Bret Easton Ellis, e la sua Hollywood assomiglia sempre di più a quella del Mulholland Drive di David Lynch, a forza di gelidi e spietati ritratti di ciò che si nasconde dietro le superfici, di fantasmi di bambini morti, di ossessioni incestuose e replicatrici.

Tutti i protagonisti di Maps to the Stars sono legati in maniera ossessiva e perversa al loro passato e al loro portato familiare: ci sono attrici che si dicono molestate dalla madre da piccole, ma che vogliono recitare nel ruolo che fu della genitrice morta prematuramente nel remake di un suo film; ci sono fratelli e sorelle che si sposano fra loro, per gioco o per davvero; ci sono genitori che non vogliono rivedere i loro figli o che da loro dipendono, e figli che vorrebbero dei genitori ma non possono più raggiungerli.

Il cinema e la famiglia. I meccanismi della celebrità e quelli della genitorialità e dell'identità. Sotto lo sguardo sempre più psicanalitico di David Cronenberg, questi due mondi apparentemente lontani sono invece uno satellite dell'altro, una stella binaria nella mappa identitaria di un mondo che appare sempre più ripiegato su sé stesso, autoreferenziale, incapace di fornire modelli devianti o nuovi rispetto a quelli oramai standardizzati.

Il loop infinito di Maps to the Stars, che mescola il riso con la pelle d'oca, tanto è capace di divertire e inquietare, è quello della replicazione (tanto familiare quanto industriale) di ciò che siamo e siamo stati portati a essere; quello di un'identità che non può essere altro che remake, o ennesimo capitolo di una franchise. Sfuggirne, appare impossibile: ne veniamo risucchiati come in un buco nero, dentro al quale ci aspetta solo il nulla, il vuoto, l'assenza.
La morte.
Senza identità, racconta Cronenberg,c'è solo quella.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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