Mamma mia! - recensione del musical basato sulle canzoni degli ABBA

02 ottobre 2008

Dai palcoscenici del West End londinese e di Broadway, un’altra commedia musicale arriva sul grande schermo: si tratta di Mamma Mia!, interpretato da un cast di over 50 ma amato dai fan come la musica degli immarcescibili ABBA.

Mamma mia! - recensione del musical basato sulle canzoni degli ABBA

Mamma mia! - la recensione

Ci sono fenomeni popolari che non si spiegano, esistono e basta. Che quattro biondi e bei ragazzi svedesi tra metà anni ’70 e primi anni ’80 abbiano venduto oltre 400 milioni di dischi in tutto il mondo, e continuino a venderne milioni 35 anni dopo il loro scioglimento è un dato di fatto. Gli ABBA sono stati uno dei più grandi fenomeni del pop in anni in cui la disco-music dominava le hit parade, e le loro canzoni semplici, ritmate, allegre e dai refrain orecchiabili e cantabili hanno conquistato il mondo. Composti da due coppie per un certo periodo sposate tra di loro e separatesi all’apice della popolarità, gli ABBA hanno capitalizzato sul loro mai declinante successo dando vita, assieme alla librettista inglese Catherine Johnson, al musical Mamma Mia!, dal titolo di una delle loro canzoni più celebri, che ha spopolato ovunque tranne che in Italia, dove non è mai arrivato. Il nostro pubblico dunque è digiuno del fenomeno massmediatico che ha preceduto la realizzazione del film.

La trama di Mamma mia! è solo un esile pretesto: presa in prestito da un film con Gina Lollobrigida, Buonasera signorina Campbell, inizia alla vigilia del matrimonio di una ragazza ventenne che vive con la madre, un’americana single, in una splendida isoletta greca dove gestisce con lei un piccolo albergo. Scoperto per caso il diario di gioventù della madre, la ragazza viene a sapere che il padre, a lei sconosciuto, potrebbe essere uno dei tre amori della mamma di tanti anni prima. Invita tutti e tre al matrimonio per scoprire chi chiamare papà, e ovviamente la vita farà il suo corso.

Mamma mia! appartiene a un genere ribattezzato jukebox musical, visto che nessuna canzone è stata scritta ad hoc ma i numeri e la storia procedono utilizzando motivi pre-esistenti, in questo caso quelli degli ABBA, appunto. Questo limita assai il godimento del film per chi non sia proprio un fan spassionato del gruppo, anche perché le voci non sono quelle degli interpreti originali, ma quelle spesso carenti di noti attori. Nell’ansia di fare di questa storia un inno alla vita, alla gioia e alle seconde possibilità (e anche ai piaceri della terza età…), la regista Phyllida Lloyd, che non sempre sembra aver chiara la differenza tra le tavole del palcoscenico e il grande schermo cinematografico, incoraggia i suoi interpreti ad esagerare, ad andare sempre e beatamente sopra le righe. Purtroppo non tutti, come fa ad esempio Meryl Streep, si abbandonano al gioco, ma alcuni, soprattutto gli uomini, risultano assai impacciati. Probabilmente da un punto di vista cinematografico avrebbe giovato alla riuscita del film la regia di un esperto del settore, che avrebbe potuto puntare in alternativa sul naturalismo delle interpretazioni o sul lato grottesco, toni che continuano a intersecarsi ingenerando confusione nello spettatore.

Se Priscilla la regina del deserto di Stephen Elliott era un rutilante, coinvolgente e convincente omaggio al fascino ultra pop del quartetto svedese, Phillyda Lloyd non ha il coraggio di calcare il pedale sul kitsch insito in certe situazioni, ma favorisce la lacrima e lo scorrere di eventi non tutti coerenti con una logica narrativa (non è un po’ troppo “vecchia” Meryl Streep per avere una figlia ventenne concepita all’epoca dei figli dei fiori? Come fa quest’ultima a rintracciare gli ex della madre?) che almeno al cinema – quando non sia dichiarato il valore di fiaba della storia – vorrebbe un minimo di rispetto.

In fondo, di tutto questo allegro sgambettare, rincorrersi, negarsi e innamorarsi che vediamo sullo schermo, ci sfugge proprio la necessità. Forse saremo ciniche, ma ci viene il sospetto che il motivo principale per portare questo musical nelle sale potrebbe essere proprio, per dirlo col titolo di una canzone degli ABBA, “Money Money Money”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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