Malcolm & Marie: recensione del film con Zendaya e John David Washington

25 gennaio 2021
2.5 di 5
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Il Sam Levinson di Euphoria scrive e dirige un dramma nel quale racconta il gioco al massacro di una coppia a colpi di liti e recriminazioni nel corso di una singola notte. In streaming su Netflix dal 2 febbraio. La recensione di Federico Gironi.

Malcolm & Marie: recensione del film con Zendaya e John David Washington

Malcolm e Marie tornano a casa, a tarda sera. Lui è euforico: la prima del suo film è stata un successo straordinario. A lei, invece, girano le scatole: cerca di dissimulare, ma in quel modo che in realtà rende le cose ancora più evidenti.
Allora lui le chiede che c'è, e lei risponde, ovviamente, che non ha niente. Dai dimmi che hai. Niente, lascia perdere che è meglio, ne parliamo domani. E no, su ora me lo dici. Una dinamica piuttosto universale.
Insomma: Marie è incazzata perché Malcolm, presentando il film, ha ringraziato tutti, ma proprio tutti tranne lei. Ahia. Ed è solo l'inizio.
Anche Sam Levinson, regista e sceneggiatore del film, ha dimenticato di ringraziare la moglie alla première di un suo film, Assassination Nation. E da lì è partito per scrivere questo Malcolm & Marie. Per raccontare una coppia che passa una notte a litigare e tirare fuori le cose più segrete e più meschine pur di farsi del male. Per raccontare le dinamiche di coppia, quelle universali ("cos'hai?", "niente"), e quelle che entrano in gioco quando ci son di mezzo professioni artistiche o creative (Marie era attrice, il film di Malcolm racconta una protagonista che è praticamente lei, ma per il film ha scelto un'altra), e forse pure per riflettere un po' sul cinema.

Malcolm e Marie se le danno di santa ragione, dialetticamente parlando, e non si risparmiano colpi bassi. Lui è chiaramente un egocentrico narcisista; lei è passivo-aggressiva, un po' poco equilibrata nell'espressione dei sentimenti e nella lettura della realtà nel peggiore.
Nessuno dei due risulta particolarmente simpatico, o capace di generare un'immedesimazione che risulti in qualche modo positiva, o costruttiva.
Sembrano, e alla fine della fiera sono, due persone talmente abituate a nutrirsi l'una dell'altra, da risultare l'una lo specchio stereotipato dell'altro. E, sempre alla fine della fiera, non sono altro che la messa in scena di un dialogo interiore che nasce, vive e muore tutto nella testa del suo autore, e che riguarda solo lui.
Succede, non è un dramma. Gli artisti parlando di loro stessi, lo sappiamo. Anche se sono quelli bravi a riuscire a parlare di qualcosa e qualcun altro, del mondo, mentre parlano di sé. Il fatto è che Levinson non ha cose così nuove o originali da dire, e nemmeno particolarmente profonde.
Malcolm & Marie è, quindi, un film di superficie.
Lo si vede subito anche dal patinatissimo bianco e nero (35mm, con tanto di grana elegante ben visibile) in cui è stato girato. Lo si vede dal come ha rinchiuso i suoi due bravi protagonisti (John David Washington e Zendaya) dentro una casa di bambole bellissima ed elegantissima (la Caterpillar House di Carmel, in California, disegnata dallo studio Feldman Architecture) dove tutto è lineare e trasparente come le loro azioni, e come il loro pensiero.
Malcolm & Marie è un film dove tutto - dall'ispirazione del regista per la storia, fino ai suoi intenti, passando per la furba colonna sonora formata da canzoni che riflettono pensieri e stati d'animo dei protagonisti, che le usano per parlarsi anche quando, occasionalmente, tacciono - è svelato e messo in bella vista, con la pretesa che tutto questo basti a renderlo vero e sincero. È la questione dell'autenticità, di cui dibattono i due protagonisti, a proposito del cinema e dei film, appunto.

Più o meno alla metà del film, mentre Malcolm e Marie sono in una pausa momentanea del loro imperituro litigare, accusarsi, ferirsi, placarsi, riavvicinarsi, esser lì lì per far sesso e poi ricominciare daccapo, lui scopre che la "tizia bianca del Los Angeles Times" ha pubblicato la recensione del suo film. La legge, nonistante il paywall, e va su tutte le furie: è una recensione positiva, positivissima, ma - secondo lui - lo è per i motivi sbagliati (al L.A. Times, quello vero, non l'han presa benissimo).
Inizia allora a sbraitare, a lamentarsi. E, quindi, a parlare di quel che il cinema è o dovrebbe essere. Per lui e, quindi, per Sam Levinson; che poi si contraddirà in parte da solo qualche decina di minuti dopo, per bocca di Zendaya.
Malcolm si lamenta della lettura politica fatta del suo film, e di quella identitaria, ironizzando con ferocia sulla pigrizia intellettuale e sulla mancanza di coraggio della critica. E non ha mica tutti i torti. Anzi.
E però, prima ancora di iniziare a parlare di autenticità (con ragionamento, anche qui, mica sbagliati, contro il mito dell'essere - o mettere in scena - sé stessi), parla di come un film per essere bello e giudicato tale, mica ha bisogno di politica o di messaggi: deve avere cuore ed elettricità. Emozionare lo spettatore.
Ironia della sorte, è proprio quello che Sam Levinson non è riuscito a fare, a dispetto dello sforzo evidente, troppo evidente, di farsi nouvellevagueiano e cassavetesiano, nella parola così come nell'immagine.
E tutto sommato, a noi che guardiamo, dei bisticci di Malcolm e Marie, dei loro rispettivi narcisismi ed egoismi e insicurezze e bisogni, e della sorte della loro relazione, interessa proprio poco.
Cos'hai?
Niente.
Fine.

Malcolm & Marie
Il Trailer Italiano del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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