Magic Valley - la recensione del film di Jaffe Zinn

31 ottobre 2011
3.5 di 5

Presentato in concorso al Festival del Film di Roma 2011 Magic Valley, il film diretto da Jaffe Zinn. Ecco la nostra recensione.

Magic Valley - la recensione del film di Jaffe Zinn

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Magic Valley - la recensione del film di Jaffe Zinn


Si chiama Magic Valley, la zona meridionale e rurale dell’Idaho dove l'esordiente sceneggiatore e regista Jaffe Zinn è nato e cresciuto, prima di trasferirsi a New York per studiare cinema. E così si intitola, con amara ironia, anche la sua opera prima, tipico esempio di quel cinema indipendente che della sua nazione di provenienza racconta la provincia più profonda, i vuoti fisici e interiori, le normalissime aberrazioni della quotidianità.
Come quella che, in Magic Valley, accade in una giornata di ottobre apparentemente normalissima: una donna alle prese con le solite faccende, uno sceriffo di pattuglia col giovane vice, un allevamento di pesci rovinato da un corso d'acqua deviato, due bambini che giocano da soli, un adolescente in preda all'ansia ma anche il cadavere di una giovane in un campo.

Non c'è trama gialla, in Magic Valley, ché (un po' come avveniva nel Small Town Murder Song visto a Torino 2010) tutto è chiaro fin dall'inizio. Ma di tensione ce n'è eccome. Se da un lato Zinn pecca in eccesso di zelo cercando di ammantare tutte le normalità che racconta di un'aura di mistero e pericolo incombente, dall'altro è proprio perché il giovane regista lascia che l'esito delle vicende sia noto, e allo spettatore non rimane altro che osservare come le singole storie della vicenda corale del film convergeranno tutte in quell'unico, inevitabile e magnetico punto, che l’andamento si fa coinvolgente ed emotivamente scomodo.
Perché sono i personaggi sullo schermo ad agire al buio, nell'inconsapevolezza (dettata dall'ignoranza o dall'incoscienza) di quel che sono destinati a dover vivere.

Nel ritrarre la tranquilla e metaforica desolazione di quel fazzoletto di Stati Uniti Zinn, aiutato dalla fotografia di Sean Kirby, dimostra ottime capacità di catturare immagini evocative e appassionanti nella loro essenzialità, di regalare un tono personale al suo film, scivolando solo a tratti in eccessi in odore di leggero manierismo.
Ancor più essenziale e minimalista è il lato narrativo, di Magic Valley, che non imbocca alcun sentimento allo spettatore e lo lascia osservare in maniera personalmente e soggettivamente partecipe. Niente di tutto questo rappresenta un reale elemento di rottura rispetto ad un'ampia tradizione di genere, ma Zinn compie scelte interessanti ed apprezzabili.
Non ultima, quella di chiudere il suo film con un taglio (non troppo) netto proprio dove altri avrebbero approfittato per indugiare un po' di più nel dolore e nella retorica del lutto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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